—Ritorniamo nella nostra stanza—io pregai, traendola.

Ella si lasciava trarre.

Anche nella nostra stanza il balcone era aperto. Entrava con la luce l'odore muschiato delle rose gialle che fiorivano là presso. Sul fondo chiaro delle tappezzerie i minuti fiori azzurri erano tanto sbiaditi che a pena si vedevano. Un lembo del giardino si rifletteva nello specchio di un armadio, sfondando in una lontananza chimerica. I guanti, il cappello, un braccialetto di Giuliana, posati su un tavolo, parevano aver già ridestata là dentro l'amorosa vita di un tempo, aver già diffusa un'aria nuova d'intimità.

—Domani, domani bisogna tornare qui; non più tardi—io dicevo, ardendo d'impazienza, sentendo venire a me da tutte quelle cose non so quale incitazione e quale lusinga.—Bisogna che domani noi dormiamo qui. Tu vuoi; non è vero?

—Domani!

—Ricominciare l'amore, in questa casa, in questo giardino, con questa primavera…. Ricominciare l'amore, come se nulla ci fosse noto; ricercare a una a una le nostre carezze e trovare in ognuna un sapore nuovo, come se non le avessimo provate mai; e avere d'innanzi a noi molti giorni, molti giorni….

—No, no, Tullio; non si parla dell'avvenire…. Non sai che è un cattivo augurio? Oggi, oggi… Pensa a oggi, all'ora che passa….

Ed ella si strinse a me, perdutamente, con un ardore incredibile, serrandomi a furia di baci la bocca.

IX.

—M'è parso di udire i sonagli dei cavalli—fece Giuliana, sollevandosi.—Arriva Federico.