Appare una stanza tutta parata di tela grezza da tende, nella casa di Corrado Brando posta tra il muro di Servio e il Foro Traiano. Su le pareti sono sospesi in trofei — dattorno a cranii di elefanti e di antilopi — gli utensili e le armi delle tribù nere sparse lungo le fiumane misteriose, dalla valle del Uèbi al Gouràr Ganàna: i grandi coltelli dei Sidàma adunchi, le lance dei Bòran con la cuspide a foglia di lauro, le targhe dei Gurra in cuoio di giraffa inciso, gli archi dei Gubahin a triplice curvatura, le faretre piene di giavellotti a testa mobile, i lacci di banano per catturare le fiere, le trombe foggiate con le corna dell'orige, i campani di conchiglia pei capretti, di legno pei cammelli; e gli appoggiatoi che su la mezza lunetta sostennero le nuche oleose dei guerrieri giacenti; e le ghirbe di palma che contennero l'acqua terrigna dei pozzi di Errer; e le sferze, tagliate nella pelle dell'ippopotamo, che fecero sanguinare le schiene dei mercenarii malfidi.

Un uscio chiuso è nella parete di faccia; una finestra a manca. Sopra un divano basso è distesa una pelle di leone, e vi s'accumulano a guisa di cuscini i sacchi di Bululta, tessuti di fibre vegetali a disegni neri e gialli. Sopra una tavola coperta d'una stuoia di Lugh sono disposte le carabine da caccia grossa nelle loro custodie, le rivoltelle di gran calibro nelle loro fonde, le tasche e le cintole da cartucce — bocche di fuoco infallibili e munizioni eccellenti — tutta la batteria già sperimentata nel cammino da Bèrbera a Bardèra, ora riforbita e pronta. In mezzo alla stanza, posata sul tappeto presso un piccolo mucchio di libri, è una robusta cassa cerchiata di ferro, con maniglie di corda; che serba i segni dei carichi e degli scarichi: quante volte agganciata dal paranco, calcata nella stiva, ballottata dal rullìo, tratta su per la boccaporta brutale, gittata a sfascio su la banchina abbagliante, legata con le strambe sopra la bestia da soma, portata attraverso l'ardore delle terre incognite, deposta e ripresa d'accampamento in accampamento, rimessa nella via del ritorno con l'impronta dell'avventura lontana, con l'odore indefinibile del Sud.

Maria Vesta è in piedi, col cappello in testa, col velo ancora abbassato sul volto, venuta di fuori, entrata là da pochi attimi. Tenendo nella mano una lettera dissigillata, ella parla a Corrado Brando che sta dinanzi a lei, presso la tavola delle armi. Parla da prima irresoluta, timida, con dolcezza sommessa, dominando appena l'orribile tremore della sua passione. Egli non l'affisa.

Maria.

Non ho compreso... Amico mio, amico mio caro, perdonatemi! Non son venuta per piangere e per lamentarmi, no... Ma, veramente, non ho saputo, non ho potuto comprendere nessuna delle parole scritte qui... Scritte da voi? dalla vostra mano? Prima degli occhi, non l'ha creduto il mio cuore, e gli occhi neppure l'hanno voluto credere... Perché l'avreste voi fatto potendo parlarmi? O amico mio dolce, forse perché qualche volta non v'ho dato ascolto e non mi son lasciata subito persuadere? Quando? Ditemelo voi, ché io non ho memoria di questa colpa. Se parlate, tutto crederò, tutto eseguirò, come sempre. Però le parole qui scritte non so che vogliano dire... Bisogna che ogni cosa io sappia dalla voce cara... Questa lettera la poso qui. È come se il suggello fosse ancora intatto...

Ella s'interrompe, a quando a quando, come per attendere ch'egli dica una parola, ch'egli faccia un gesto di ammenda.

Ma tu non hai gridato che non è tua, e allora...

Ella reprime lo scoppio del cruccio; e la sua voce lacerante si raumilia.

Allora, prima di posarla su quest'altre tue armi, io la bacio. Così.

Bacia la lettera e la posa sul calcio d'una carabina.