Non affermo se non la parola di un'audacia senza nome. Però tu ieri udisti il racconto della tentazione notturna. E che mai mancò perché l'impulso si esternasse in atto irreparabile? Un nulla. Non ero nella foresta, non avevo la lancia in pugno, né la sabbia nell'altra mano. I testimoni erano di troppo. La scarica si arrestò nei muscoli del braccio. Tuttavia ben mi vedesti capace del crimine, pronto allo scatto, al balzo. E che t'importa il resto? Ma là, alla tavola del giuoco, nello scompiglio delle sorti, era una carne di goditore o una volontà di asceta, una bassa cupidigia o una fatalità eroica? Tu hai parlato di assassinio e di furto. Conosci dunque i nomi che mi convengono. Ieri ti rimasero in gola; oggi son fuor di tempo.
Ancóra in quel terribile giuoco d'invettiva e d'ironia, in quella disordinata vicenda di freddezza e d'ardore, Virginio resta afferrato al suo dubbio e non l'abbandona, se bene spasimando.
Virginio.
Tu mi ricacci nell'ambiguità, mi prolunghi l'ambascia, mi squassi fra la tua ragione e il tuo delirio. Ma tu potresti con una sola parola disperdere l'orrore che s'è addensato intorno a noi, rimuovere la cosa corrotta che è là e che c'ingombra.
Corrado.
Tutta la bellezza di un mondo ideale gravita dunque oggi, per te, intorno al cadavere di un baro! Se il piccolo fatto senza sangue esiste, tutto cade nel nulla, precipita nell'annientamento e nella esecrazione, per forza della legge umana. La vita di colui non valeva quella di un lupo, perché la specie del lupo si fa ogni giorno più rara, mentre la genìa di colui si moltiplica ogni giorno nell'ignominia, brulica e striscia, infetta tutto quello che tocca, insozza tutto quel che divora. I vermi nel nostro pane quotidiano son necessarii? Se tu ne schiacci uno, quello diventa sacro, soltanto perché non si divincola più? La coscienza armata di castighi insorge a vendicarlo. E che diventa il colpevole allora? L'attributo del suo atto, null'altro, in perpetuo! Egli può essere un desiderio indòmito che non seppe attendere, uno spirito veloce e infaticabilmente vivo, un impeto magnifico scagliato verso una mèta più severa della morte. Egli può aver passato i suoi anni a fortificare e ad esaltare la sua volontà con una disciplina implacabile. Lungi alle solite fanfare d'eroismo che riscaldùcciano i cervelli e i cuori senili, egli può aver foggiato crudamente sé medesimo per il diritto di promettere, per il dovere di adempiere qualunque più folle promessa fatta al suo corpo e alla sua anima. Ed ecco, è maturo per essere un Capo, un battitore di vie ignote, uno scopritore di nuove stelle. Capace di dare tutti i giorni alla sua opera la sua vita intera, capace d'inalzare tutti i giorni — non importa come, non importa dove — la sostanza del suo sogno, egli è degno della più disperata vittoria. L'Amore lo riconosce. La prova della sua dignità è nel miracolo invisibile. Accanto a sé egli ha sentito l'aspirazione degli eroi sollevarsi in un cuore sublime come in un vertice del Futuro. Egli ha ricevuto l'annunzio che gli mostra, di là dalla mèta, l'erede del suo dominio, il monumento vivo della sua vittoria. Come potrebbe non sembrargli santa la sera del suo giorno? E voi a un tratto gli gittate fra i piedi la cosa corrotta perché egli stramazzi nel fango e nell'onta! Una povera spoglia esangue arresterà colui che nella terra lontana, per aprirsi il varco, mise a ferro e a fuoco le tribù! Volete castigarlo? Perché non poteste costringerlo a putrefarsi nell'inerzia, ora volete troncargli le mani che hanno osato di affrettare il destino? Chiunque possegga sé, per essersi conquistato a prezzo di travagli, considera come suo privilegio il diritto di punirsi o di farsi grazia, e non lo concede ad altri. Se il cerchio si serra, egli vuol dedicare ancóra qualche sacrifizio umano in un gran rogo alla sua libertà, perché almeno gli schiavi dalla piazza si volgano in su e si ricòrdino...
Vede Virginio rosseggiare il delitto come una porpora su quell'orgoglio indomabile.
Virginio.
Ma chi difendi tu?
Corrado.