Gli parla da presso, lo incalza con la sua ansia, lo incita all'evocazione dei fantasmi profondi. E d'improvviso la notte della città terribile riprende a vivere nello spirito e nella carne dell'uomo, con una potenza crescente.

Corrado.

Ancóra notte. Afa di scirocco: qualcosa di molliccio e di tiepido come una bava animale. Nessun sollievo nell'uscire dalla bisca fetida di fumo, di fiati, di sudori. Anche la strada pare chiusa, anche la piazza. Città mostruosa, notte di dissoluzione, dove vivono soltanto le fogne. E in me una sola parola, ostinata come nella bocca di un idiota: la parola dell'àscaro famelico e febricitante che si lascia cadere sotto un'euforbia: Kalas — basta! Ma altra è la mia fame, altra è la mia febbre. «Basta! questo trascinìo d'accattone collerico. Basta! questa domesticità senza salario. Basta! questa stupida fatica di mantenere un vizio che non è il mio vizio. Andiamo! Qualunque mezzo ci valga. Andiamo ancóra incontro alle ferite che l'aria sola cicatrizza, alle seti che estingue un'acqua sempre nuova, alle torture che ridono e che cantano.» Rivedo i giovani cammelli, in coda della carovana, che presi dall'allegrezza saltano buttando all'aria il basto e il carico. Mi fermo davanti a un gran bagliore che rosseggia nella nebbietta; e il tremolìo del malvagio riso mi monta dallo stomaco alla gola, non mi lascia più. Sembra che io abbia da tentare una beffa atroce. Mi cerco addosso il conto preventivo della mia spedizione disegnata; lo trovo. M'accosto alla caldaia d'asfalto che bolle; al bagliore fumoso leggo nel foglio le cifre: arruolamento di àscari, camelli, asini, muletti, balle, casse, tende... Un gran palpito; e la duna di Brava mi riappare, la ripa dantesca della mia dannazione. «Nulla di meglio al mondo che quel sonno selvaggio ch'io dormirò su la sabbia oceanica, dopo l'approdo. Odio, mio odio, a te confido la promessa di quel sonno.» E mi riappare la faccia del baro, la maschera giallastra d'ittero, il grosso labbro azzurrigno, la collottola da abbrancare e da scuotere. Ripeto in me: «Lascia là il bottino!» Soggiungo: «No, non sono io il debitore». E sento che il primo movimento represso è sempre là, prigioniero, e che deve sprigionarsi necessariamente. Allora una specie di scaltrezza felina entra in me e s'acuisce come nei grandi giorni di caccia. Una specie di divinazione magnetica che s'irradia fuori del corpo ad evitare l'errore, a prevedere l'ostacolo, a cogliere il destro. Superstizioso, m'assicuro d'avere addosso l'ossicino che nel leone ucciso si trova profondato tra i muscoli della spalla. Salgo di corsa su per la Trinità dei Monti come per l'erta di Bulùlta! Sento in tutte le membra la forza elastica che non ha bisogno d'armi. La via è là, deserta; la porta è là, chiusa. Attendo, come all'agguato dietro la zeriba. Non so che farò, non so in che modo si presenterà la preda. Gli incanti adunati nel mio cervello si disperdono. La sorda ilarità demoniaca persiste. Giunge il grido fioco di un acquavitaio; poi il rumore di una vettura, un trotto zoppicante. La vettura viene su per la via, si ferma dinanzi alla porta. Riconosco l'uomo; odo la sua voce grassa che dice al vetturino di attendere finché la porta non sia aperta, e il Romanesco rinfacciargli con una contumelia il prezzo dimezzato, frustare il cavallo, volgere per la via Sistina, allontanarsi. Balzo dall'ombra, mentre l'uomo chino su la serratura cerca a tastoni. Gli metto una mano sul braccio, gli reprimo il sussulto, gli dico: «Sono io. Voglio pagar subito il mio debito». Basta la pressione delle mie dita su la sua floscezza: m'impadronisco di lui alla prima, come d'un sacco. Il suo pànico mi fa pensare all'asino legato dinanzi la feritoia della zeriba, quando il libbah si approssima. Gli tolgo la chiave, apro per lui, lo spingo dentro, gli faccio lume. So che non ha famiglia in casa. Ma un servo forse l'attende? Bisognerà sopprimerlo? Ho l'occhio d'un mercante di schiavi per giudicare con un solo sguardo la qualità del carname umano anche dissimulato dal sarto. Troppo egli ansa su per le scale: cuore debole, insufficenza delle valvole... Le pàlpebre sono gonfie come le vene del collo. La palpazione del medico ha già percepito il «fremito felino» in questo tardigrado? Il riso senza suono mi manda al cervello imagini stravaganti. Egli sembra colpito dall'afonìa. Lo ammonisco con frasi brevi e secche. Certo, non chiamerà, non griderà. Tutto assume la facilità d'un sogno. Non più la lotta con l'uomo ma col caso. Entriamo. Nessuno attende. La divinazione mi guida. Giù da una scaletta a chiocciola viene una voce sonnacchiosa che dice: «Sor Paolo?» Io rispondo per lui con un suono inarticolato. Il resto si svolge in una lunga ora o in pochi attimi? Non ho davanti a me tutto il lordume civile in quel sacco di adipe che suda e che pute? Vendetta troppo facile, quasi dolciastra, se il sale della beffa non la ravvivasse. Egli è là, che soffia e barcolla, con l'azzurro della cianòsi nelle labbra, nelle pinne del naso, nelle unghie, orribile e fantastico. Gli metto sotto gli occhi il bilancio di previsione, sorridendo. «Vi manderò alla costa un carico d'avorio dal Bass Naròk, tutto l'avorio dei Ghelebà e dei Cherre...» Gli parlo piano, mentre gli faccio rendere il bottino. «Spesa grave per i quattro bulùk? Ma forse mi lasceranno arruolare i galeotti nell'ergastolo di Nocra a mezza paga.» Certo il ronzìo degli orecchi gli impedisce di intendere. Forse anche egli si crede di sognare, di patire l'incubo. «Indice e pollice: voi correggete la fortuna; pollice e medio: io l'affretto.» Ah quella bocca dilatata dall'ebetudine, quel labbro paonazzo che penzola, quel luccichìo sinistro dell'oro nel nerume della carie! Quando l'attimo funebre scocca, rivedo in un lampo la dentatura formidabile d'un predone amhara, bianchissima in mezzo alla faccia divenuta una poltiglia rossa; che ancóra ha la forza di mordere il calcio della mia carabina. Scatto, allungo il braccio, rovescio sul letto la massa molle, serro le due carotidi nella morsa, veggo le pàlpebre battere come le branchie fuor d'acqua, spengo l'imagine spaventosa di me in quel cervello esangue.

Egli è in piedi, con la mano inarcata alla presa, coi denti stretti, con l'occhio torbido, con tutta la persona scossa dal ritorno della forza micidiale. Soffocatamente l'altro interroga tuttavia.

Virginio.

E dopo? Uscendo non fosti veduto da nessuno?

L'uccisore si scrolla, come per scuotere da sé le scorie accumulate dell'azione.

Corrado.

Dopo... ancóra la voce sonnacchiosa in cima alla chiocciola, una cautela senza respiro come nell'aggattonare tra l'erba che fruscia; la discesa per le scale come la calata giù per un'amba che frana; la strada stranamente sonora sotto il piede che non cammina più su la punta ma sul suo tacco saldo... Ancóra il grido del venditore di tossico, una campana che suona mattutino, il cigolìo dei carretti; dall'alto della Trinità, Roma come una flotta naufragata in un mare grigio; e l'irruzione frenetica del desiderio che con qualunque nave salpa verso l'Ignoto!

Egli trae un profondo respiro; e poi biascia sentendosi la bocca arida, il fuoco alla gola.