«Devi aver santificato l'anniversario» mi dicesti tu ieri. L'ho io santificato? Due anni innanzi, avevo veduto il Fachès irto di lance rosseggiare come un'aurora nell'aurora. Ed ecco qui la piazza, la strada, le case cieche, l'immondizia tenace, il primo lezzo del vilume agglomerato che si stira e sbadiglia. M'annunziasti tu il sorgere degli uomini nuovi? Non so che delirio selvaggio gridava dentro di me: «Le nuove Erinni! Le nuove Erinni!» Mi pesava il bottino? Certo, mi pesava. Ma dentro dicevo: «Non per me, non per me! Basta a me un pugno d'orzo abbrustolito, la carne degli avvoltoi, l'acqua della cisterna o del pantano, e per sale la necessità di superarmi ogni giorno». Finita era la scaltrezza animale; alle mie ossa, per compenso di quel peso, promettevo di rivestirle d'una nuova sostanza, di là dall'oceano; sentivo la mia vera vita involarsi e fluttuare in alto sopra l'azione; mi pareva che dal mio cuore balzassero sul mondo a volta a volta dèmoni di ghiaccio e di fiamma. «Le nuove Erinni!» Poi l'ottusità, il bisogno del giaciglio basso, il nero letargo là su i sacchi di carovana, nell'odore del Sud.
Qualche vampa del delirio crepuscolare lo ritraversa. Egli si lascia cadere su la vecchia cassa dalle maniglie di corda. Tremante Virginio gli tocca la fronte.
Virginio.
Bruci.
Corrado.
Dammi qualche cosa da bere; là, quella fiasca.
Beve avidamente. Energico balza in piedi, aspro parla.
Ora vattene. Perdonami se sono entrato anche nella tua vita come un devastatore. Addio. O forse ci rivedremo.
Virginio.
Che farai?