Così tu dici che la tua vita vera è la poesia.
Virginio.
Ma la poesia è la realtà assoluta, è l'essenza stessa dell'Universo; e la trovi qua in questa arida tabella di valori come là nelle linee dell'Ilisso fidiaco. Ogni scienza, posta in condizioni vitali, diventa un'arte. Per ciò io che tratto i fiumi con argini e burghe, con chiuse e incili, ardisco tenere accanto all'archipenzolo il calco d'una statua fluviale che ornava la fronte del Partenone. Quando io freno un torrente con le mie briglie e le mie traverse, quando diramo per una pianura i miei canali irrigatori, quando imprigiono la polla dei monti nel mio tubo di ghisa e la conduco alla città distante, quando traggo la massima forza dalla corrente e dalla cascata con la mia ruota e la mia turbìna, io credo avere nel mio polso il battito dei ritmi fluidi; e l'eterna pulsazione dell'Elemento accompagna e infervora i miei calcoli esatti. E, se io determino l'angolo d'uno sbocco o una sezione di minima resistenza, la pressione di una condotta o lo spessore d'un serbatoio, la curva interna d'una paletta o la sua inclinazione sul raggio, io sento rinascere in me quel sentimento primitivo delle energie naturali che faceva religiosa l'anima dello statuario greco intento a figurare il mito cosmico nella statua bella. Anzi quel sentimento antichissimo diviene, in me moderno, ancor più profondo e pio; perché la scienza rivelandomi le leggi della Natura mi ha ancor più certamente mescolato al circolo delle forze inconsce. E, quando io traccio la linea stabilita dal mio calcolo, non meno ardua e non meno delicata di quella che circoscrive quel tòrso ammirabile, io sento il mio istinto tendersi verso l'apparizione di una bellezza nuova, perché la mia linea non trasmuta in effigie umana una energia naturale ma a questa imprime il moto della mia volontà per condurla a un'opera più varia e più vasta, destinata non alla contemplazione ma all'azione, non all'ornamento del mondo ma alla conquista del mondo. Ed ecco che la furia del torrente è constretta nell'alveo, ecco che la terra irrigata moltiplica il pane, ecco che la città si disseta si terge s'illumina si abbellisce si arma, beneficata dalla dispensatrice che senza stanchezza propaga e trasforma di congegno in congegno il suo potere. E, mentre io considero l'opera che non è fissa come quella statua ma è mobile come il mio cuore, sento veramente con l'Antico che «dall'acqua vien l'anima» e che quella è la stessa per cui la mia sete comunica con la sete di tutti gli uomini, la stessa per cui si compie il prodigio segreto nella macchina delle nostre ossa, la compagna dello sforzo e dello strazio umano, acre nel nostro sudore, amara nel nostro pianto.
Corrado.
Anche tu soffii nel tuo sogno il male della tua anima, per consolarti.
Virginio.
No. Il mio sogno è stabile e regge il mio peso. È il gradino su cui salgo per avvicinarmi alle mie speranze.
Corrado.
Io non conosco se non quello che aderisce all'atto come il bagliore a ciò che riluce. Il mio più gran sogno aderiva alla mia vita, una notte di marzo, laggiù nel paese dei Galla, di contro alla montagna coronata di fuochi, mentre giungeva di tratto in tratto al nostro piccolo campo il grido di guerra rimbombante d'altura in altura giù pel fiume sconosciuto; e io avevo gli occhi bene aperti nel buio, il mio buon fucile tra le mani, fitta nel centro della mia volontà la mèta come un cùneo, tutta vivente intorno a me l'immensità del Continente nero, nelle narici quell'odore d'Africa che non abbandona mai più il cervello di chi l'ha fiutato una volta. Coricato sentivo la mia anca imprimersi nella terra molle con un cavo che poteva anche essere il principio della mia fossa; e allora tutte le tombe italiane sparse nelle vie tenebrose mi risplendevano innanzi all'anima più che i fuochi dei Galla sul monte, mentre udivo nelle tregue del clamore nemico il respiro dei miei Sudanesi e dei miei Somàli accosciati tra le euforbie. Mi ricordo: era il 21 di marzo, l'equinozio di primavera. L'altrieri cadde il secondo anniversario.
Virginio.