Aspettare che cosa? Quando l'albero è divenuto grande, che cosa aspetta? La folgore? Ma anche la folgore tarda, o non vien mai.
Virginio.
Aspettare il tuo giorno, disciplinando la tua forza.
Corrado.
Ah, la forza immobile nell'attesa dell'esplosione! Conosco questa attitudine. È ben quella di molti tra i nostri coetanei, oggi. Hanno sempre in mano la miccia accesa, e la guardano mentre si consuma, finché non si sentano bruciare le dita. I più accorti, invece della miccia, accendono un fuoco di bengala coi colori nazionali. E gridano di tratto in tratto: «È tempo. I tempi sono prossimi». Tempo di che?
Virginio.
Quando tutta una generazione aspira verso un nuovo Ideale è segno che i grandi esemplari stanno per riapparire dalla profondità della stirpe.
Corrado.
O Virginio, l'Ideale posto fuori della vita è una specchiera publica per vanesii e poltroni. L'Ideale d'un popolo magnanimo non precede i suoi fatti ma è l'irradiazione emanata dai suoi fatti nella lontananza del tempo. Com'è d'un popolo, così è d'un uomo. E io mi vergogno d'esser divenuto il comediante del mio Ideale, segnato a dito su i marciapiedi urbani. «L'uomo dalle spalle quadre» dicono «è Corrado Brando, quello del Giuba. Il capo della spedizione l'ha molto lodato per la sua abilità nel cucinare la carne d'ippopotamo e nel cucire le ferite ai negri con lo spago. Ora vuol tornare in Africa, a ogni costo. Bella passione! Intanto si esercita su per le scale dei Ministeri e della Società geografica, in questue; e passa le notti nelle bische per veder di vincere, o di barare, alcune di quelle migliaia di lire che l'ingrata patria gli nega e che pur gli bisognano al fornimento. Ma come mai non porta a guinzaglio un paio di leoncini?»
Nel riso acre sembrano stridergli i denti.