Corrado.
Mi rammento. Presi la febbre. Allora il fiumicello Arrone bastava alla mia sete... Dianzi tu mi parlavi dell'acqua: tu la dòmini e la governi e nondimeno l'ami, la tratti come una schiava divina... Ma ci sono ancóra fiumi nel nostro paese? Non sono tutti disseccati? Ah, sì, c'è là il Tevere, carico di belletta e di storia; e tu sei uno di quelli che lo serrano tra due muraglioni lisci e diritti. Se fosse un poco più piccolo potrebbe forse anche entrare in un museo...
Beffardo ride; poi s'illumina di veggenza.
Dianzi tu mi parlavi di una specie di estasi. Imagini tu quella di Enrico Stanley che dall'alto di una collina scopre una delle massime arterie terrestri? il Lualaba, largo mille e quattrocento yarde, un immenso volume color di ferro, che non reca la storia degli uomini ma il mistero di millennii e millennii senza voce e senza nome. Gli occhi dell'esploratore erano grigi dalla nascita? Non ti sembra che debbano aver preso il colore di quell'acqua in quel primo sguardo? Rompe egli il silenzio per dire al fiume: «Ora il mio cómpito è di seguirti fino all'Oceano». Parola nuda che gareggia di grandezza con la corrente. Dammi un tal cómpito; e ti giuro che gli sarò pari. Io sono un Italiano della razza dei Caboto, e la terra della mia virtù si chiama anch'essa Primavista.
Virginio.
Attendi. La passione e la volontà affascinano l'evento.
Corrado.
Non posso più attendere. La passione, quando non si esalta ed esala in atti e in opere, pesa in noi col peso della bestialità più greve o ci avvelena con fermenti di odio. Tutti i miei istinti balzano oggi in guerra contro l'ordine che mi opprime. Ecco una energia tesa e pronta: un coraggio lucido in un corpo disciplinato. Dico: «Adoperatemi. Mandatemi al segno». Mi vien risposto con parole ambigue, con sorrisi prudenti e vili. Dietro quelle promesse irrisorie, dietro quegli indugi scaltri sento la gelosia attiva dell'antico mio capo, che è divenuto il mio rivale implacabile. Tu per aver troppo guardato l'acqua hai forse poco guardato la vita, e non hai mai veduto da vicino la mano che uccide con precauzione. Ben avrei potuto io liberarmi cautamente di colui se, nel paese dei Gurra, quando era sfinito dalla febbre e delirante, lo avessi abbandonato nella melma sotto l'acquazzone, invece di fargli ingozzare una manciata di chinino e di caricarmelo sul muletto... Ti confesso il mio rammarico.
Virginio.
No, non ti calunniare. Non ti lasciar torcere il cuore dall'amarezza. Ti so generoso come nessun altro.