Corrado.
Mi son lamentato io forse? Non ho sempre serrato i denti per tener la lingua in freno? Ho lasciato agli altri la millanteria, ho tenuto per me l'orgoglio. Ma dimmi: chi è il capo se non il più forte? Quando nell'altipiano fra l'Auata e il Daua gli uomini divorarono l'ultima razione, e la febbre la dissenteria la fame, tutti i mali s'abbatterono su la nostra torma già decimata, e i Neri sfiniti dalla stanchezza dal digiuno dai reumi, gonfi d'umidità o grinzi come i sacchi vuoti, cadevano a terra, sùbito coperti dalle mosche, boccheggiavano nella melma, si nascondevano nei cespugli per morire; e da quelle povere labbra attaccate alle gengive non passava più se non la parola sepolcrale: «Kalas, basta!», chi fu che solo non cessò mai dal gridare l'altra parola: «Avanti!» ed ebbe animo di trascinare verso la mèta la sua stessa carne miserabile?
Virginio.
Che temi dunque, se ti resta quell'animo?
Corrado.
Temo di perderlo, in questa vita di vergogna. La notte, quando rientro a casa, dopo aver respirato per ore ed ore l'aria infetta, non lo sospendo forse nell'anticamera come un cencio molle e sucido? Ti dico che così mi sembra, certe volte. Alla tavola del giuoco non sento soltanto contro il mio gómito il gómito altrui, sento l'orrore del contagio che mi corrompe; e il fissare atrocemente gli occhi obliqui della sorte, innanzi a me, non m'impedisce di scorgere il mio stesso sguardo tra le palpebre gonfie dei bari.
Virginio.
Insensato, insensato, tu sei davanti alla tua cima; e, per l'impazienza di ascendere, discendi più basso, sempre più basso! Quando tu penetri nell'abisso e vi t'indugi, l'abisso penetra in te. Non lo sai?
Corrado.
E che importa, se riesco poi a risalire e a scoprire le nuove stelle?