Ti ricordi? Quasi ogni sera, prima che si chiudesse la chiesa, andavamo a visitarlo. Ci appariva nell'ombra, quasi belva, quasi dio, massa enorme di volontà e di orgoglio pronta a sollevarsi, più potente di tutti i Profeti della Sistina.
Corrado.
Aveva vissuto quasi trent'anni a faccia a faccia con Michelangelo, che pareva non potesse più separarsene. Lo sai.
Virginio.
È vero. Una sera uno di noi disse: «Michelangelo aveva un piccolo corpo curvo che non poteva sostenere su le sue vèrtebre il peso e il tumulto dei dolori delle ire dei dispregi delle dominazioni delle vendette non compiute, gli scrosci e i turbini di tanta anima. Allora pensò di crearsi un altro corpo di pietra gigantesco, e vi scaricò e v'imprigionò tutta la tempesta, per trent'anni. E lo fece pronto a cozzare e a percuotere». Quell'imaginazione ci divenne una fede viva; e da quella sera guardammo il colosso con un orrore più religioso.
Corrado.
Ah, chi ci renderà quelle sere di malinconia e di febbre quando mettevamo il nostro avvenire su quelle ginocchia di pietra e, rientrando fra le quattro pareti misere, la nostra povertà ci pareva sublime come l'esilio dell'ospite muto?
Virginio.
Il Buonarroti disse, per te: «Io son tenuto a amare più me che gli altri». Anche soggiunse per te: «Non ho amici di nessuna sorte e non ne voglio». Tu ti mostri oggi fedele al suo insegnamento.
Corrado rovescia indietro il capo nello sforzo del reprimere lo scatto della sua insofferenza, ma l'accento d'una tristezza quasi irosa gli irrita la voce.