Corrado.
Io vorrei già essere laggiù, allo sbocco del fiume, supino sotto il mio tumulo di terra. Non so altro.
Virginio.
La morte ci consacra, la vita ci profana. Questo sai. Non è molto, passando per quella via, cercai di riconoscere la vecchia casa. Era sventrata. Alzai gli occhi all'ultimo piano che non aveva più tetto. E riconobbi l'interno della stanza da qualche brandello di carta sudicia rimasto a una delle pareti non demolita. Alla luce cruda la sola traccia della vita umana nel calcinaccio era l'immondizia.
Corrado.
Anche tu, come sei triste! Ne parli come d'un presagio.
Virginio.
Questa casa dove ci siamo ritrovati, dov'era rinata la nostra fraternità, avrà la medesima sorte: è destinata alla demolizione. Fra qualche mese sarà calcinaccio e immondizia. Ti sembravo al sicuro, qui. Siamo al sicuro, e la luce di quella finestra ci basta. Ma forse l'evento invisibile è già intorno a noi o è nascosto in qualche angolo, e si mostrerà d'un tratto, sinistro come la demolizione.
Corrado.
È la prima volta che ti sento parlare del dolore e della necessità con una voce non ferma.