Virginio.

Non tremo per me. V'è una creatura accanto a me, che non soltanto fino a oggi ha vissuto la mia vita, ma ha fatto la mia vita. Dove credi tu che io abbia preso gli elementi per comporre la mia illusione, per formare la mia esistenza nel gioco del mondo? Quando sento in te ruggire i tuoi istinti e i tuoi mali che vogliono liberarsi, quando mi accorgo che il tuo spirito tende ad aprire tutte le prigioni, anche le più tristi, quando scopro in tutto il tuo essere quel movimento abituale della fiera che indietreggia e si contrae per balzare e ghermire, io ti combatto ma ti comprendo, perché tu hai veduto di continuo la comunanza e il conflitto degli uomini come un'ignominia e una ferocia senza nome, e l'ombra delle boscaglie nell'alto Daua t'è parsa meno terribile che l'ombra delle leggi nella tua patria. Anch'io — lo sai — ho conosciuto tutto quel che è ignobile e tutto quel che è feroce; ma la natura ha voluto porre accanto a me un essere che comunica con tutte le cose più delicate e più fresche e me le rivela in ogni suo movimento, e col filo della sua semplicità mi conduce ogni giorno al segreto della poesia... Ah, veramente la sorella dell'acqua, con quel suo viso che è come la superficie d'una polla... Forse parlavo di lei quando credevo di parlare delle sorgenti...

S'interrompe; e pronunzia, a voce più bassa, con un'espressione d'infinita tenerezza, il nome che sembra diffondergli dalle labbra su per tutta la faccia la sua qualità luminosa.

Maria!

L'amico, seduto, con la fronte poggiata alla mano, pareva celare il suo turbamento. Ora si protende con ansia a interrogare.

Corrado.

Eri felice? Sei felice?

Virginio.

Che è la felicità? e che vale? Credi tu che la felicità m'abbia aperto gli occhi su lei? Nati dello stesso sangue, eravamo sconosciuti l'uno all'altra, eravamo timidi e inquieti. Il suo sorriso stesso me la nascondeva. Ed ecco un giorno, d'improvviso, due vite si toccano e ne nasce un bene inaudito! Sai tu questo? Hai provato mai a brancolare nel buio, in una stanza, per cercare qualche oggetto familiare che ti ricordi di aver lasciato là, su la tavola, nello scaffale, in un luogo noto? Tu cerchi, cerchi, ed ecco la tua mano tocca inaspettatamente qualche cosa di vivo e di palpitante! Hai provato mai quel sussulto? Nello spavento, nell'angoscia, dinanzi all'agonia ci siamo incontrati, ci siamo confusi, abbiamo trovato il nostro bene: al capezzale del nostro padre, mentre udivamo bollire l'acqua in cui si sterilizzavano i ferri del chirurgo, mentre il lettuccio di tortura era là con i suoi congegni e le sue ruote, mentre al nostro orrore il cancro era come una bestia acuta e mostruosa addentrata in quella povera carne nostra che non la saziava neppure del suo sfacelo... Dicevamo, con una sola voce che esciva da noi ma veniva da assai più lontano: «Siamo qui, siamo qui». E la faccia aveva il colore della paglia che un colpo di vento porta via. Ora spariva sotto la maschera del cloroformio. E la goccia continua cadeva su la garza contando gli attimi e l'eternità della nostra pena; e non si vedeva se non la bocca convulsa che gridava verso di noi le parole che si odono una sola volta, le parole incoerenti e sublimi dell'anima che si dibatte inabissandosi nel nulla; e la sua mano scarna aveva ritrovata la forza, era diventata grande e potente per tenere le nostre due mani compresse l'una su l'altra come nella stretta d'una tanaglia sola... E poi l'allentamento, l'oscurità fatta su lo spasimo, il silenzio, il suggello, tutto l'aspetto della morte, eguale a quello di più tardi, dopo la carneficina inutile... «Siamo qui, siamo qui. Risvegliati». E i ferri non lo risvegliarono. Ci fu reso un cadavere fasciato.

L'emozione lo soffoca. L'amico resta con la fronte china, col viso nascosto dall'ombra della palma, contratto e cupo. Virginio riprende a parlare rapido e sommesso come se le parole gli bruciassero le labbra.