Ah, non è sempre il nostro stesso sangue che più s'invelenisce contro di noi e più ci strugge? La peggiore delle fatalità corporali è quella che ci lega ai consanguinei.

Marco.

È vero. Io lavoro tutto il giorno a far rivivere le pietre morte, il dottor serafico passa ore e ore là nell'Ospizio a curare i mali incurabili della vecchiezza; e qual è il sentimento che ci spinge a salire le tue scale ogni sera, dopo la bisogna? Il desiderio di riscaldare l'anima a un focolare amico che ci consoli di quello, ostile, che è il nostro, che è laggiù in una casa odiosa ove noi già così stanchi saremo caricati d'un peso intollerabile. Forse qualche volta qui siamo importuni. Ma questa è una sosta quasi pia per illudere il cuore che teme una mano rude e si raccomanda. Qui — tu lo sai e ce lo consenti — qui ci sembra di ritrovare la compiuta sorella; ci leghiamo ogni giorno più a te per avere il diritto di amarla e per amarla sempre meglio. Riprendiamo fiato, respiriamo in un'illusione di santità familiare che altrove non ci è concessa. Più tardi, laggiù, qualcuno raccoglierà con rabbia una manata di cenere maligna e ce la scaglierà negli occhi.

Virginio.

Amico mio, la tua bontà stasera è vigilante. C'è nelle tue parole quasi il senso d'una preghiera rivolta a placare l'Ignoto che forse in quell'angolo si arma.

Un intervallo di silenzio. Ciascuno dei tre amici è fisso al suo pensiero. Si approssima il vespro. La luce diminuisce nella stanza.

Marco.

Ho incontrato Corrado Brando per la Salara. Usciva di qui?

Virginio.

Sì.