Marco.

Non m'ha veduto. Aveva lo sguardo in dentro. Camminava a gran passi, per dare aria alla sua febbre; e pareva che dovesse sfavillare nel vento. Non ho neppur pensato a fermarlo o a chiamarlo. Soltanto ho pensato: «Chi lo fermerà?» E poi m'è venuta nella mente quella risposta che potrebbe anche esser sua: «Dove corri? — Inseguo il dio del quale io sono l'ombra».

Virginio.

È malato d'una manìa sacra.

Marco.

Poco più in su, ho scoperto in mezzo al Tevere il burchiello che traghettava il dottor serafico dall'Ospizio di San Michele al Rifugio dell'altra riva. Confesso che queste due apparizioni istantanee della vita mi hanno fatto dimenticare l'opus quadratum del tempio di Cerere. Quel tuo Caronte trasteverino, caro Giovanni, non imagina qual valore ideale abbia la moneta di dieci centesimi che tu gli dai ogni sera in guisa di obolo per «trapassare».

Il dottore era assorto con la fronte poggiata alla mano. Quando parla, sembra risvegliarsi.

Giovanni.

Strano quel vecchio Pàtrica!

Marco.