Virginio.
Perdonami, Maria, se il cuore vuol avere uno spiraglio di luce nell'oscurità! Non ti chiedo nulla che ti offenda. Dimmi solamente: quel giorno di febbraio, quel bel giorno di sole, quando salimmo al Celio e vedemmo il primo mandorlo in fiore e ci fermammo a San Saba, entrammo nel giardino, ci sedemmo sotto gli aranci, e non dicemmo nulla perché ci bastava d'essere là per sentirci felici, e mi parve che anche tu fossi sbocciata allora allora dal più vivo ramo della mia vita e che io ti portassi leggermente; quel giorno, dimmi... era avvenuto?
Maria.
Sì.
Certo egli sperava ancóra, se la risposta sincera e ferma lo colpisce tanto a dentro.
Virginio.
È possibile? Eppure, quando ti guardavo nelle pupille, andavo con la vista sino in fondo a te. Quante limpidità avevo misurate! La tua era la più cristallina sempre. E quella piccola costellazione di ferro, nell'iride, mi dava non so che sicurtà, come se fosse un segno virile su la tua grazia pieghevole. Ti chiamavo dentro di me con una specie di ebrezza: «Compagno, mio buon compagno!» Sentivo quel che c'era di leale, di diritto, di fedele in te, quel che c'era di maschio nel disegno della tua bocca chiusa, nel ritroso dei tuoi capelli piantati intorno alla tua fronte bianca.
Il dolore di lei sembra a poco a poco indurirsi, farsi quasi compatto e rigido.
Maria.
Ho ancóra una forza terribile se resisto a vederti soffrire. Guarda, ho gli occhi asciutti.