Quando fu su la porta della città, dove le femmine vendevano la pesca recente dentro ampi canestri di giunco, Binchi-Banche, l'omiciattolo dal viso giallognolo e rugoso come un limone senza succo, gli si fece innanzi, e, secondo soleva con tutti i forestieri che capitavano nel paese, gli offerse i suoi servigi per l'alloggiamento.

Prima chiese, accennando a Barbarà:

“È feroce?”

Turlendana rispose che no, sorridendo.

“Be'!” riprese Binchi-Banche, rassicurato, “ci sta la casa di Rosa Schiavona.”

Ambedue volsero per la Pescería e quindi per Sant'Agostino, seguiti dal popolo. Alle finestre e ai balconi le donne e i fanciulli si affacciavano guardando con stupore il passaggio del camello e ammiravano le minute grazie dell'asinetta bianca e ridevano ai lezi di Zavalì.

A un punto Barbarà, vedendo pendere da una [pg!214] loggia bassa un'erba mezzo secca, tese il collo e sporse le labbra per giungerla, e la strappò. Un grido di terrore ruppe dalle donne che stavano su la loggia chine; e il grido si propagò nelle logge prossime. La gente della via rideva forte, gridando come in carnovale dietro le maschere:

“Viva! Viva!”

Tutti erano inebriati dalla novità dello spettacolo e dall'aria della primavera.

Dinanzi alla casa di Rosa Schiavona, in vicinanza di Portasale, Binchi-Banche accennò di sostare.