Il popolo non badava al dialogo. Alcuni incitavano Zavalì. Altri palpavano le gambe di Barbarà, osservando su le ginocchia e su 'l petto i duri dischi callosi. Due guardie del sale, che avevano viaggiato sino ai porti dell'Asia Minore, dicevano ad alta voce le varie virtù dei camelli e narravano confusamente d'averne visti taluni fare un passo di danza portando il lungo collo carico di musici e di femmine seminude.
Li ascoltatori, avidi di udire cose meravigliose, pregavano:
“Dite! dite!” [pg!216]
Tutti stavano a torno, in silenzio, con li occhi un po' dilatati, bramando quel diletto.
Allora una delle guardie, un uomo vecchio che aveva le palpebre arrovesciate dai venti del mare, cominciò a favoleggiare dei paesi asiatici. E a poco a poco le parole sue stesse lo trascinavano e lo inebriavano.
Una specie di mollezza esotica pareva spargersi nel tramonto. Sorgevano, nella fantasia popolare, le rive favoleggiate e luminavano. A traverso l'arco della Porta, già occupato dall'ombra, si vedevano le tanecche coperte di sale ondeggiar su 'l fiume; e, come il minerale assorbiva tutta la luce del crepuscolo, le tanecche sembravano materiate di cristalli preziosi. Nel cielo un po' verde saliva il primo quarto della luna.
“Dite! dite!” ancora chiedevano i più giovini.
Turlendana intanto aveva ricoverate le bestie e le aveva provviste di cibo; e quindi era uscito in compagnia di Binchi-Banche, mentre la gente rimaneva accolta innanzi all'uscio della stalla, dove la testa del camello appariva e spariva dietro le alte grate di corda.
Per la via, Turlendana domandò:
“Ci stanno cantine?”. [pg!217]