Confutando le varie maniere de’ Canoni antichi e quelle del suo tempo, il Zarlino aprì il campo alle successive più vaste osservazioni, ed agli esempj del Bontempi e del Tartini, trattatista esso pure famoso della musica levata a scienza fisico-matematica e fondatore d’un sistema che eclissa quelli di Démos, di Sauveur, di Soaitti, di Boisgelou, di Couperin, di Rameau, e delle cui sperienze d’Alembert, Blainville, Brossard e i ginevrini Serre e Rousseau fecero pure tanto tesoro.

È da notarsi, come dice Zarlino, che a quella specie di Fughe, chiamate anche perpetue, in cui i cantori incominciavano l’un dopo l’altro, ripetendo tutti il medesimo canto, mettevansi in fronte le regole che insegnavano come doveansi cantare: e questi avvertimenti indicati per Canoni, diedero un tale nome a quelle composizioni.

I compositori dunque più originali di tali intrecci cantabili, nel secolo XVI si fecero autori di tali regole dalle cui imitazioni nacquero i più complicati sistemi.

Anton-Francesco Doni prete fiorentino, che pubblicò a Venezia nel 1544 un Dialogo della musica, canto e tenore, trattò le cose musicali così che, anche per queste, s’ebbe il titolo di bizzarro fra gli accademici Peregrini (1570).

I Trattati del Doni Giov. Batt., pur fiorentino venuto un secolo dopo, scritti nel 1647, coi primi non confondibili, meritarono invece d’essere raccolti nuovamente e pubblicati per cura di Anton-Francesco Gori, ed essere coronati colle aggiunte del padre Martini, Firenze 1763.

Il cieco Salinas di Burgos, abate di san Pancrazio, concentrato nelle matematiche, ai tempi del primo Doni appunto, scrisse latinamente il suo Trattato di musica, che fu gradito da Paolo IV e dal Duca d’Alba, e fu tradotto e impresso a Salamanca, 1592, dove egli era maestro.

Meibomio quindi trasse a nuovo studio la greca melopea, traducendone gli autori; come l’inglese Wallis riprodusse l’armonia di Tolomeo (1640-50)[185].

Il padre Merçenne e il padre Kircher, parimenti nel colmo di quel secolo, trattarono speculativamente l’Armonia universale e le Teorie de’ suoni e de’ canti. Il primo compendiò con eclettico studio quanto i precedenti scrittori e metodisti aveano lasciato fino al suo tempo intorno alle cose musicali e suddividendo in opportune proposizioni i suoi Libri Harmonicorum (1635), trattò in ispecialità de’ cantibus; de compositione, de canendi methodo et de voce — ai lib. VII e VIII. Ma meno felice d’invenzione che non fosse stato nelle matematiche, e meno celehre per le musiche che nol fosse per l’intimità sua col Descartes, Marino Merçenne frate dei Minimi a Parigi, trasse da Platone, Aristotile, Plutarco, dai Rudimenti musicali di Euclide pubblicati a Parigi nel 1557, dalle Introduzioni di Alypio e di Geneseo, e da quelle del suo contemporaneo Bacchio Seniore (1623); trasse da Guido e dal Galileo, e dai compositori francesi celebrati alla sua epoca, Guedronio, De Coussu, e De Caurroy, le sue dottrine; onde per l’arte sua di sapere impiegare ingegnosamente le altrui idee, fu detto da suoi: le tres-minime Per... le bon Larron...

Alle tante cacofonie intese portare qualche rimedio il Thibaut col suo libro Della purezza della Musica, stimato anche dagli alemanni. Fra questi, dopo Paolo Hofheimerus di Norimberga, 1539, erasi levato Kircherus Atanasio, che stampava a Roma Musurgia universitatis, 1650.

La Musica speculativa trovò altresì eccellenti trattatisti in Pietro Mengoli di Bologna (1670); e in un Vallotti Francesco Antonio di Padova, più tardi.