Ma veniva ben a farsi leggere ed ammirare dagli italiani e dagli stranieri, Tartini Giuseppe, nato in Pirano, 1692, genio musicale europeo, che alla fama della pratica sua direzione alla cappella illustre di Sant’Antonio in Padova (1721), durata per quasi cinquant’anni, aggiunse il grido del suo Trattato di Musica (1754), in cui una teoria magistrale e profonda è spiegata.
Tutti i maestri dell’arte consultarono il suo sistema, come aveano accolte con trasporto le sue composizioni. Le speculazioni dell’arte in questo autore famoso non sono confuse od arbitrarie, ma ogni artificio musicale è impiegato a proposito, ogni finezza si deduce naturalmente. È mirabile poi, in mezzo alle complicate e profonde teorie, scorgere sempre in Tartini il rispetto alla semplicità ed al purismo del canto; vedere quel calcolatore tranquillo innanzi alle più astruse ricerche della scienza, maravigliare alla sua volta ed esaltarsi per poche note facilmente e spontaneamente cantabili. Eccone la sua confessione, che meglio d’ogn’altro giudizio, nella materia in cui riguardiamo un tal metodista, lo caratterizza.
«L’anno decimoquarto del secolo presente (1714), nel dramma che si rappresentava in Ancona, v’era su ’l principio dell’Atto terzo una riga di recitativo non accompagnato da altri stromenti che dal basso; per cui tanto in noi professori, quanto negli ascoltanti si destava una tal e tanta commozione di animo, che tutti si guardavano in faccia l’un l’altro, per la evidente mutazione di colore che si faceva in ciascheduno di noi. L’effetto non era di pianto (mi ricordo benissimo che le parole erano di sdegno), ma di un certo rigore e freddo nel sangue che di fatto turbava l’animo. Tredici volte si recitò il dramma, e sempre seguì l’effetto stesso universalmente; di che era segno palpabile il sommo previo silenzio, con cui l’uditorio tutto si apparecchiava a goderne l’effetto.»
Ecco il gran trattatista, il sacerdote delle armonie che s’umilia confuso a un semplice raggio della divinità pura del canto.
E questa fede si può dir che il Tartini l’abbia compendiata nel melodico adagio della sua famosa Sonata dell’Imperador, Carlo VI, cui l’avea dedicata, e nella quale, come scrisse Beiriot, il violino armonioso, toccante e pieno di grazia, prese la prima volta l’espressione drammatica[190].
Per le novità della immaginazione e le preziose sue ispirazioni fece dimenticare il fiorentino Veracini (o Vernacini) che avea tanto temuto[191], e lasciò all’arco di Nardini suo allievo la eredità de’ suoi canti.
Nel 1770 finì l’esistenza consacrata tutta all’arte, nella quale avea trovate le più vive emozioni e i conforti contro al mal genio della sua donna che, non dissimile alla Santippa di Durante, gli avea cagionata tanta persecuzione da prima, poi tanta guerra.
Per simil modo, il Tartini fu ritenuto nuova difesa al mal genio che contro la buona scuola del canto, malgrado tante luci rinate a suo splendore, non cessava dagli attacchi, rinnovandoli in famiglia quando gli stranieri si davano vinti.
Compositore, animator prodigioso di quello strumento che meglio ai canti si presta, maestro e direttore provetto di cantori e di teatri, ben potea direttamente abbattere la nuova reazione sollevata dagli armonicisti del suo tempo, dal lucchese Boccherini e dal Valmadrera, mentre Stamitz, Gairniès, Lalande, Rousseau, piegavansi ammirati e persuasi al suo consiglio.
E credo volesse alludere alla sua perdita, Santa Rosa, quando accennò che dopo il 1770, non si udì che — cantare in sulla cetra il Miserere — collo stile da farsa o da commedia. —