Ma per la luminosa comparsa del perfetto metodista del vero canto per l’arte nobilitato, doveano prima seguire alle teoriche ricerche le più alte sperienze: ed ecco, offerivasi un’altra schiera di veri maestri ed artisti, che come roccie granitiche, non più pieghevoli e trabalzate da nessuna corrente, compirono il purificamento di quell’onda melodiosa e soave, onde poi dar si potesse un saggio di canto perfetto.

Domenico Gizzi, nato in Arpino nel 1684, allievo di Angiolino e del Carissimi; compagno a Porpora e a Durante, maestro del Conti; potè dare alla bella scuola quella piega elegante e sapiente che rese celebre il suo nome nel suo grande allievo.

Questi, Gioacchino Conti, che si fece chiamare Gizziello, per gratitudine e venerazione al suo istitutore, fu non solo uno de’ cantanti più celebri del XVIII secolo, ma un religioso indicatore delle maniere più pure e dei mezzi meglio opportuni a mantenere il bel canto. Non erano tanto per lui la sorpresa dell’estensione, o la forza d’effetto, quanto la rigorosa intonazione e la facile scorrevolezza.

Il canto per lui non dovea essere diletto all’uditore e pena al cantante; ma delizia ad entrambi.

Si comprenderà il significato di questa mia osservazione sui modi del Gizziello, ponendo mente a una nota del Grétry, che si trova al tomo I, pag. 268 della sua opera Essais sur la Musique. «Io vidi a Roma il famoso cantore Gizziello, che costumava inviare il suo proprio accordatore nelle case dove voleva mostrare i suoi talenti, temendo sempre che il clavicembalo fosse troppo alto, o non fosse perfetto nell’accordo

Non eran per lui gli sforzi atletici del suo predecessore nella fama europea, il cavaliere Baldassar Ferri, Perugino, fiorito intorno il 1660; che eseguiva esercizj sul trillo cromatico in un solo fiato, mantenuto fino a quattordici battute di tempo ordinario[201].

L’agilità pel Gizziello era figlia della facilità e della naturalezza.

Fu degno emulo del Farinelli.

Carlo Brioschi, detto Farinelli, napoletano, gran musicista, celebrato per la più bella voce che abbia potuto mai esistere, che univa alla conoscenza profonda della musica, il gusto più squisito, e che a meriti sì rari aggiungeva una bontà d’animo proverbiale, esordì a Roma nel 1722, e dopo essere stato la ammirazione e la delizia dei teatri d’Italia, cantò con sommo plauso a Londra (1734) e passò in Ispagna.

Qui nuovo Davidde, cominciò per sanare colle dolci sue note il malato spirito del re Filippo V, onde pei favori di questo e della regina Elisabetta, divenne l’idolo ed il buon genio di quella corte.