Anche Lalande venne a consultare Tartini in Italia; e vedremo poi fra i metodisti, nuovi stranieri del celebre maestro patavino imitatori.
Gian Filippo Rameau, nato dall’organista di Digione nel 1683, era pur venuto a istruirsi a Milano, e fattosi artista nomade in Italia, ne osservò i maestri, compose operette buffe assieme a Piron, e tornò agli organi di Lille di Fiandra e di Clermont d’Alvernia. Sortito poi dagli studiosi suoi ritiri nel 1722 per salire ai primi onori della corte di Parigi, riportò le rimembranze italiane in quanto di bello ebbesi a riscontrare nel Sansone musicato sulle parole di Voltaire, il quale aveagli dato il primo libretto per averlo sentito cantare al clavicembalo nell’Ippolito sui versi dell’Ab. Pellegrini, nelle Indie Galanti, ed in Castore e Polluce, sulle quali opere principalmente fabbricò la sua fama[145]. La scienza confessava egli medesimo averla appresa prima dagli augelletti delle foreste d’Alvernia, indi dai cigni d’Italia.
Gli Agricola, nella cui famiglia s’annoverano maestri fin dall’anno 1450, insegnarono successivamente il canto in varie cappelle d’Alemagna nel 16.º e 17.º secolo.
Carlo Valgulio bresciano riproduce la sua traduzione e i commenti alla Musica di Plutarco, in Parigi nel 1514.
Gli Adriani, il primo dei quali nominato Francesco era maestro in Roma al tempo dell’Ugolini (1593), trovansi registrati fra i capi cantori di Parigi e di Liegi fino al 1750. — A Liegi, un Giovanni Cicogna era stato maestro nel secolo XIV.
Vincenzo Albrici di Roma, verso il 1650 è già maestro in Svezia e in Sassonia.
Fra Luigi Zacconi monaco Agostiniano, di Venezia, dirige e riforma i sacri canti in Baviera, intorno al 1600, dove Orlando di Lassus avea poco prima imitati quelli del Palestrina; e scrive la celebrata opera «Pratica di Musica utile o necessaria sì al compositore per comporre i canti suoi regolarmente, sì anco al cantore per assicurarsi in tutte le cose cantabili.» Divise questo lavoro in quattro libri, nei quali si tratta: delle cantilene ordinarie, de’ tempi, de’ prolationi, de’ proportioni, de’ tuoni, della convenienza di tutti gli strumenti musicali; e di ritorno a Venezia nel 1619, quivi la pubblicò. In altra edizione (1822) viene indicata siccome trattante «de’ contrappunti semplici ed artificiosi da farsi in cartella ed alla mente sopra canti fermi, e doppj d’obbligo e non conseguenti: come si contessino più fughe sopra i predetti canti fermi ed ordischino cantilene a due, tre, quattro, e più voci.»
Abaco Evaristo di Verona, si trova in Baviera, pochi anni dopo (1650), che continua e perfeziona la scuola di Fra Zacconi.
E alla fine di quel secolo, Nicola Porpora della bella schiera de’ napolitani maestri all’estero, già comincia brillare colla sua rinomatissima scuola di canto a Dresda, a Vienna, ed in Londra; ammirato dai celebri musicisti che sorgeano ad illustrare rispettivamente quelle capitali, Hasse, Händel, ed Hayden.
L’amico di Porpora, Antonio Lotti, già cantore contralto di Venezia, lo si trova maestro della cappella allora cattolica di Annover, e compositore esso pure al teatro di Dresda, attorno il 1690, prima che concorresse in patria coi grandi veneti suoi contemporanei e magnificasse il suo nome sulla cattedra di Cavalli e di Legrenzi suoi maestri, che alla lor volta vedemmo, il primo in Francia e Germania, il secondo in corrispondenza colla scuola parigina di Lulli.