«A Venezia, ebbe a dire l’amico Fapanni, canta il gondoliero all’unisono della remigata; canta il marinajo ammainando le vele; canta il pescatore nel gettare e raccogliere le reti; canta la donnicciuola infilando perlette seduta all’uscio della casa; e la giovinetta nello stendere sull’altana i pannilini risciacquati, modula pur essa le canzoni cognite al suo cuore.»
Che parlo io dunque di teoriche scuole e di maestri al popolo di Venezia che canta sempre a sua posta?!...
— Sulle adriatiche lagune, io stesso posi mente talvolta al popolano che non medita ed opra, a quello spirito semplice e forte che alla verità prima più ci ravvicina: lo contemplai perfino in quei momenti ch’egli tormenta nell’ebbrezza del vino lo spirto dell’uomo, per rinvenire sollazzo alla stanchezza dell’animale; e dal suo delirio intesi levarsi qualche suono, tenuto in cantilena di flebile lamentanza, e in compassione della sua donna, gloriandone gli atti e le parole. Ho sentito l’ebbro svelare i segreti e le tenerezze nella poesia del suo cielo; e rammentare, come in pianto, gli affetti della generosa compagna: e nell’intervallo d’una lunga cadenza, i campi di acque ripetere sotto alla notte le parole della donna del povero, quasi ne significassero l’amore all’universo. Mentre quella donna nello stretto di meschine pareti prolungando una sforzata veglia, sopra a interrotti infantili vagiti, piange, e canta anch’ella, in mesto amor discolpando il traviato sposo.[58] — Chi potrebbe raccogliere gli effluvj di que’ lamenti?.. Come le melodiose note dei cantori del bosco, si perdono nelle armonie del creato.
Abbiamo toccato della passione ingenita dei Veneti, da antico profumata in loro quasi orientalmente, pel contatto colle poetiche terre lungo tempo prima che ad altri popoli per le Crociate fossero note. Vedemmo quasi indipendente e spontanea avanzata la scuola de’ suoi compositori e cantori, e men degenere ai tempi madrigaleschi. Ed allora che la semplicità e il piacere riformavano fra i Fiorentini il barocchismo delle astruserie e delle straniere importazioni, il genio a Venezia tendeva alla stessa meta.
Lazzaro da Curzola, canzoniere del 1500, opponeva ai madrigali le sue facili Frottole, che un secolo dopo, per le canzoni di Paolo Briti, non erano ancora dimenticate.
E quando i compositori sospendeano di somministrare nuovi canti al popolo, questo da per sè esprimeva musicate le espressioni de’ suoi affetti di patria e d’amore, come ai tempi delle guerre contro l’Ottomano (1571), e del clamoroso interdetto di Paolo V. (1606); o ricorrea all’antiche rime e tornava a melodiare — Intanto Erminia fra le ombrose piante.
Successivamente al ricomparire di eletti trovatori s’attagliava il popolo ai canti da essi nuovamente proposti; quindi le canzoni musicate dal Lamperti, dal Perucchini, dal Veluti sempre nel facile modo, nel tenero idioma[59].
Anche un Angelo Colonna stimato suonator di violino a Venezia, al fine del secolo scorso, melodiava deliziose canzoni; ed è sua l’aria in forma di barcarola — La biondina in gondoletta — che divenne tanto acclamata, e nell’alta società, e fuor d’Italia fu cantata da Pacchiarotti, dalla Todi, dalla Sacchetti e dalla Catalani. A quei dì pure, un giovinotto barbitonsore, Domenico Dragonetti, associatosi con una donzella popolana, la Brigida Banti, e con qualche altro che toccasse il violino, avea formato uno di quei musicali drappelli, che anche oggidì s’odono per Venezia; e moveva, primo forse, per le contrade, egli col violoncello, e la Banti con voce d’angelo. Vennero poi in tanta rinomanza, che dalle callajette di Venezia salirono oltremonti, chiesti a concerti nelle sale e ne’ teatri.
La Banti inaugurò il nuovo teatro la Fenice nel 1792, assieme a Giacomo David e al Pacchiarotti, coll’opera di Paisiello, I Giuochi d’Agrigento.
Di là tanti girovaghi ch’ebbero la lor fama, e che destarono muse gentili alle modulazioni volte per istinto a’ soavi concenti, a quelle canzoni che nel popolo son l’effusione di anime vergini[60].