Finchè il patrio risveglio rifuse coi dolci idilj le forti canzoni; e cogl’aspiri nazionali, e le elegie del rinnovato servaggio, e gl’inni della riscossa corroborarono di nuova impronta i popolari rispetti le spontanee vaghezze de’ moderni cantori che, lungo le sponde di Venezia e di Napoli, per l’invenzione melodica, non abbisognano di maestro.
«Le melodie caratteristiche di que’ popoli sono in piena armonia con quel cielo tutto amore che eleva l’anima a sublimi concenti, che infonde nel cuore dei suoi figli quell’alta poesia, la quale si apprezza col sentimento e non si giudica colla scienza; poesia esistente nell’animo di quelle nature la cui vita sembra un canto immortale, dolce, melanconico come una rimembranza, come un eco che dorme ne’ boschi e fra monti, e che mormora appena, fino a che non lo desta il grido delle passioni e del dolore[61].»
Declinarono appunto i Conservatorj, divenuti che furono quasi istituti meccanici, innanzi a quello sviluppo i cui frutti maturarono presto sotto il sole delle rivoluzioni.
Per ricondurli a nuovo splendore, e riattendere un utile dalle loro scuole, gl’intelligenti proposero di provvedere — a un corso di tecnici studj compiuto in ogni sua parte, che non sia più un vago insegnamento, frazionato, e senza intento bene determinato — ad una istruzione che valga a togliere la musica dalle basse regioni della perizia unicamente meccanica e dagli intenti vani o mercantili, per trasportarla in quelle dell’arte vera e della poesia — allo sviluppo e perfezionamento delle attitudini naturali degli allievi — alla educazione del gusto ed al guadagno di tempo, per una letteraria istruzione[62]. —
Seguito della rassegna delle attuali scuole. — Conservatorj oltramontani. — Influenza italiana all’Estero. — Rivoluzioni straniere. — Preponderanza.
In onta però alla decadenza de’ più antichi ed illustri Collegi di cantori, siccome il bel genio non potè nè può dipartirsi dalla terra di suo speciale retaggio, non poche scuole fuori di Italia ricorsero ancora a noi per ricercare il retto cammino, animate ancor da una fede, memore d’un passato incontrastabile e d’un presente non interamente perduto.
Nelle straniere scuole reso pure insufficiente quell’insegnamento pratico mantenuto dalle Maîtrises della Francia e del Belgio, quello della Abbadia di Scheussenzied, quello della scuola detta della Croce di Dresda, di San Tommaso in Lipsia, benchè tutte lodatissime così per la copia come per l’eccellenza dei frutti; e sentito il bisogno ivi pure di emancipare ormai l’istituzione musicale da quelle scuole o conservatorj de’ passati tempi che dipendevano ovunque, od erano poste ai servigi di cappelle, di confraternite, congregazioni, o sodalizj religiosi, e lanciarsi con nuovo progresso nei più liberi campi aperti col tramonto di que’ collegi dal genio musicale italiano; con risoluto abbandono più che non avessero usato in cospetto alle rivoluzioni operate dai nostri sommi maestri delle cappelle e de’ conservatorj, tutte le scuole si volsero ai potenti che disertavano dalle viete pratiche, ai nuovi geniali nomadi del bel canto.
A Parigi, ove con Cherubini s’accolse la riforma, e la nuova anima del movimento musicale francese, sorse quell’Istituto di cui il siculo maestro fu prima gloria. E come al tempo del Cherubini si regola ancora; chè poco o nulla fu innovato, nè maggior progresso si nota sotto l’unico maestro che l’italiano rettore ebbe a sostituire.
Daniele Auber di Caen fu questi, allievo, e successore nel 1824 del primo maestro, i di cui dettami non fece che seguir fedelmente, e sulle basi puramente italiane giunse alla bella fama, per cui l’autore della Muta di Portici fu riverito. E come perdita di nostro compositore, nell’epoca della fatal rivoluzione di Parigi (11 maggio 1871), lamentasi la morte di lui che era nato il 29 gennajo 1782.
Il nestore de’ maestri francesi aveva poi subìta più d’ogni altro, e fino agl’ultimi anni di sua vita, la Rossiniana influenza.