Non perdano almeno questo di buono i cultori della musica, che più sensibili alle belle tradizioni dell’arte loro, conservarono l’onorato nome di Maestri, e non si umiliarono ancora a confessarsi miseri professionisti.

Sì; maestri di camera, maestri di cappella, maestri de’ cori, maestri al cembalo, maestri sulla scena, maestri compositori, maestri di canto. Umili pure, come quelli che insegnano gli elementi della parola, ma che possono forse vantare maggiori glorie de’ professionisti primarj e titolati perfezionisti. Chè, dagli elementi procede la sapienza gli elementi innalzarono tanti uomini grandi, e talvolta essi soli bastarono al genio.

Non si pensi subito alle splendide scene, ai famigerati artisti, ai sommi trionfi. Si pensi alla camera dei Caccini, ai fanciulli del Palestrina, alla popolana di Marcello.

Le stanze ed i chiostri, dove germogliò la scienza, dove le produzioni e gli esercizj del genio ricoverarono in altre persecuzioni di Vandali, e presso ad umili cultori anche in tempi barbari poterono prosperare.

Per la civilizzazione delle masse, ricercansi i maestri elementari delle lettere, più che i filosofi universitarj. Ed elemento precipuo d’incivilimento è la conoscenza e la pratica del linguaggio del canto; il canto di camera, di chiesa, di coro nelle oneste brigate; il maestro avveduto, paziente, modesto.

I Madrigali, le Ballate, i Mottetti, salvarono la dolcezza de’ canti in tempi di ferro; adentellarono i greci rigori ai costumi gentili; fondarono la nuov’arte sublime che dalla camera, dai chiostri e dai prati, passò alle scene liriche ed alle drammatiche.

Quelle cantate per le quali non richiedeansi i maestri di declamazione nè i profondi speculatori, essendo tutto l’anima e la voce di chi le modulava; e tenendosi per cosa secondaria o indifferente l’uno o l’altro accompagnamento, la poesia più o meno forbita, e perfino i medesimi compositori, dei quali, quasi a’ nostri ricordi, poco importava anche il nome, in confronto a quello degli esecutori.

Quindi, varietà immensa nei cantori, che tutti colorivano secondo il loro sentire; per modo che in ciascuno il canto era nuovo, originale; e quest’era la libertà feconda e famosa de’ grandi artisti dell’andato secolo; mentre adesso tutti s’imitano, ed in onta al genio ed alle disposizioni individuali il più vago linguaggio qual è il canto, resta prescritto dal primo o dal migliore interprete, e diventa quasi uniforme.

Che importa che l’ampiezza de’ teatri e la folla delle orchestre non ammettano che gli organi portentosi? V’hanno stanze da rallietare, ed amatori che non si possono escludere.

Nè mancano adesso quegl’aurei anelli di congiunzione, quelle sementi prolifiche d’ottimi frutti. Tengono il posto degli antichi madrigali e delle cantate, tante graziose e semplici composizioni moderne non ingombre di combinazioni fonetiche, nè bisognose di difficili accompagnamenti che sotto i nuovi nomi di Romanza, Preghiera, Versetto, Mattinata, Serenata, Notturno, Brindisi, Pensiero, Capriccio, Melodia, Stornello, appassionano soavemente; non sono inutili all’arte, nè dalla scienza e dal diletto devono andar trascurate.