Abbiamo il bene che ci ha dato Iddio, nostro, libero, campato nello spazio interamente; come Gioberti seguendo quanti furono scrittori d’estetica, considerò la prima e regina delle arti belle, che non si lascia stringere da regole e formule nella sua essenza, che non ha nella natura fisica nè tipi, nè forme, nè misure a cui tenersi e riferirsi; che fugge dalla imitazione e da servitù, destando in altri vaghezza ed eccitamento; e cercheremo nuovi miti, deità inanimate, ordini barbari, novità straniere?..
«Con consiglio che mai si giungerebbe dire compiutamente quanto e come improvvido, noi abbiamo ristretta l’esistenza della musica al melodramma — ebbe a dire non ha guari il Biaggi; — ed ora postergate le secolari e gloriose nostre tradizioni, posti in canzone i nostri grandi capolavori, compatiti i nostri grandi compositori, andiam cercando le teoriche del melodramma in Germania, e a quelle ci attacchiamo di preferenza che più sono avverse all’indole dell’arte nostra, al nostro gusto, alle nostre naturali attitudini. E intanto ecco che in Italia, nel paese cioè della melodia e del canto, ha vita lunga e fortunatissima, la Marta, opera certo pregevole, ma la cui esistenza appena si sarebbe avvertita fra noi quando scrivevano il Donizzetti, il Mercadante, il Pacini. Ed ecco che si mette sugli altari il Faust, opera pregievolissima anch’essa e degna di studio per più di un rispetto, ma che tolta a modello, non potrà riuscire ad altro che a impicciolire e ingrettire l’arte nostra, portandola dal discorso magniloquente alle piccole frasi e ai giuochi di parole, dalle linee grandi ed ardite de’ frescanti, alla minuta e paziente punteggiatura de’ miniatori[105].»
Conchiudo in proposito con la felice espressione del celebre costruttore d’organi vicentino G. B. De Lorenzi: «Studiamo i classici d’ogni nazione e poi scriviamo italiano[106].»
E col nostro istinto italiano diamoci pure al facile nostro canto. — È il cantar gentil d’Ausonia onore e vanto —; non l’arruffato, il tetro, nè il cantar spietato.
Cantiamo adunque nelle nostre stanze, e sentiremo meno apatìa nei teatri.
Cantiamo nelle scuole popolari, e avremo dalla natura quello che l’arte ci lascia desiderare.
Fu detto che in Italia siam tutti artisti; e siamo dunque tutti anche cantori. E come artisti e cantori non deve muoverci a sprezzo l’umile scuola, nè il rozzo porgere di qualche insegnante, o il distratto vezzo di imperiti scolari. Chi non sa quai tesori possano ivi scoprirsi! Chi non sa, che alcune note al di sopra di que’ cori non ci rivelino una Catalani o un Duprez!
«Ecco le speranze della Francia,» ripetea sovente il bravo Alessandro Choron, presentando i poveri allievi della sua scuola elementare che andava raccogliendo nei villaggi, e lungo le strade più miserabili di Parigi.
E la scuola di Choron e di Ramier, che fu una delle più rimarcabili istituzioni secondarie che fossero state introdotte nel 1816 dalla munificenza della Ristorazione, nel breve periodo di sua esistenza, perocchè disparve nel 1830 col governo che l’avea creata, era giunta ad incendiare d’invidia il superbo Conservatorio che rimaneva lì, come sterile monolite accanto il campicello ubertoso, umiliato dai frutti straordinarj generati sì presto a gloria della Francia nell’arte del canto che nel primario istituto parea quasi spenta.
Eppur notavasi Hèrold come una celebrità, premier chef du chant alla Reale Accademia.