La umile scuola elementare, malgrado la sua breve esperienza ebbe gran parte col movimento musicale di quell’epoca, ed influì sommamente alla propagazione dei veri principj dell’arte.
E quivi pure non era estraneo l’elemento italiano; chè il metodo che si professava alla scuola di Choron era poi quello del Mengozzi, dal quale maestro era sorto il più ammirabile cantante francese che sia mai stato il Garat. Fu detto dallo Scudo che, il gusto squisito e lo stile pieno di passione drammatica e di grazia di questo celebre allievo del Mengozzi, era un composto della bella dicitura francese e della vocalizzazione italiana. L’arte e il colorito del suo canto non avean nulla a che fare col cosiddetto urlo francese del Nourrit padre, del Dèrivis, e di Madama Branchu, già colossi dell’Opèra. Non da questi, ma dall’umile focolare de’ buoni studj, vennero Levasseur, Adolfo Nourrit figlio, e la Damoreau, della nuova scuola francese.
Ma il direttore Choron e il docente Ramier erano veri maestri di canto.
Il primo, senza tanto apparecchio di diplomi, ma tratto da una potente inclinazione, s’era dato benchè tardi allo studio della musica sotto i consigli dell’ab. Roze, quando avea potuto superare l’opposizione dei parenti, a venticinque anni; nè giunse a farsi compositore. Ma era dotato d’una squisita sensibilità, d’un profondo sentimento del vero; s’era ornato di buona erudizione, e d’una seria conoscenza della storia dell’arte; e s’avea fatto un colpo d’occhio di penetrazione veramente profetica. A Duprez fanciullo, dalla voce debole e incerta, Choron diceva: Tu sarai il primo cantor del tuo tempo.
Per la sua delicata e sensibile organizzazione e pegli studj in cui s’era specialmente intrattenuto, egli avea una predilezione quasi esclusiva all’antica scuola italiana. Iniziava a que’ principj i suoi allievi, alla pratica de’ grandi maestri, segnatamente Scarlatti, Pergolese, Porpora, de’ quali facea a loro cantare le limpide melodie, sprovviste d’ogni futile ornamento, ma ricche d’incomparabile semplicità e bellezza. Là il cantore riconosce le proprie forze, e lotta colle difficoltà tanto più ardue quanto elleno sono tutte del sentimento. E Choron vi ponea l’anima nella sua istruzione; s’abbandonava alle emozioni, e gestiva, cantava, rideva, piangeva, fosse nella solitaria sua stanza o in isplendida adunanza. Amava molto i suoi allievi, dai quali egli era adorato; li sapea entusiasmare, e li dirigeva nella via che conveniva alle loro speciali disposizioni.
Erano i suoi tesori, che nei giorni di riposo e cogli scarsi risparmj, andava cercando nei borghi e nelle ville, penetrando nei collegi e nelle scuole, e coll’arte di padre sapea affezionarseli. Vivea per loro: e quel giorno che gli furono tolti, quando il governo abbandonò la sua scuola, se ne morì di dolore.
Nel numero degli allievi che fecero epoca alla scuola di Choron, quattro specialmente erano i favoriti, messi sempre dinnanzi quando il maestro volea dare un buon saggio di suo insegnamento. Erano: Duprez, che fu il celebre tenore dell’Opèra; Boulanger-Küntze, poi buon professore di canto a Parigi; Vachon, che fuori d’Europa portò i suoi talenti; e il veneziano Scudo, narratore di questa pagina, bozzetto interessante, ch’io reputo il miglior ritratto d’un bravo e modesto maestro, e il pegno d’affetto più nobile e più espressivo del cantore discepolo riconoscente.
«Ciascuno di questi giovani allievi con più o meno disposizione aveva un genere suo particolare, che il maestro sapea discernere e indirizzare.»
A sedici anni, Duprez già possedeva quello stile largo, quel canto spianato che gli valse la sua bella riputazione.
In ragione del talento che questi allievi promettevano, e dell’alto favore di cui essi godevano presso il capo dello stabilimento, li si onorava della qualifica d’Artisti.