V’era una festa, un pranzo, una serata; Choron vi si recava accompagnato dai suoi quattro evangelisti.
I giorni di vacanza, quand’egli avea danaro, ciò che non era sempre, veniva a passo di lupo al refettorio, e diceva all’orecchio d’uno di noi: — non v’impinzate tanto... avremo oggi la merendata. — Allora le forchette s’arrestavano, anche innanzi ai bocconi più ghiotti... Madama Choron lo rimproverava... egli partiasi ridendo.
Un giorno giunse alla scuola anelante. Ci fe’ chiamare tutti quattro. — V’hanno delle novità, ci disse; il ministro del re è cangiato, v’ha adesso M. de Lauriston, sì mal disposto per noi che, vuol sopprimere la scuola. Ottenni, con fatica, che prima di prendere una tal decisione, egli volesse almeno sentirci. Vi andremo questa sera: coraggio! Ne va dell’avvenir di noi tutti; bisogna cantare ciò che meglio sapete: prima un’aria ciascuno, poscia due duo.
Duprez, vien qua figlio mio, tu canterai: O des amants déité tutélaire! Tu Boulanger: Oh que je fus bien inspirée! Tu, mio gran matto di Vachon: Di piacer mi balza il cor. E tu mio bel veneziano: Non più andrai farfallone amoroso.... Ah, signor Lauriston, voi volete congedarci, lo vedremo. — E ripetendo le arie, seguiva: — non resisterà, no, no; e i signori del conservatorio ne saran disperati — e rideva, saltava, cantava. — Tutto andrà bene, tutto andrà bene...! Andate a spazzolare i vostri abiti, gli stivali, pulite i vostri bottoni; siate lucenti, raggianti; e sopratutto mangiate poco, mi capite? vi si darà un dito di Medoc per eccitarvi la imaginazione. —
La sera, al palazzo del Ministro, fummo introdotti in un vasto salone... e presentati ad una dozzina di giudici...
M. Panseron si pose al piano per accompagnarci, e con qualche accordo ci diè tempo a respirare fra il terribile battito del nostro cuore.
Un silenzio profondo si fece, e tutti gli sguardi si fissarono su di noi. Dopo alquante battute un mormorio d’approvazione venne a dilatare i nostri petti. La nostra voce vibra e si espande, il nostro stile s’eleva; ci si copre d’applausi. Bene, bravo, ci si dicea d’ogni parte. — Sì, sì, bravo, sublime! ripetea il maestro pieno di lagrime; ricominciate, figli miei, tutto va bene; e sotto voce: La Francia è salvata!... —
Quella sera memorabile finì felicemente come avea cominciata... e la scuola fu mantenuta.
Da quella scuola medesima venne Rosa Niva, raccolta d’in sulla strada da Ramier, altro maestro dal carattere e dal fare del tenero Choron di cui era dipendente, imitatore, ed amico. Un la magnifico di soprano sortito a caso dalla bocca della fanciulla le avea guadagnato la protezione dell’uomo generoso, dell’appassionato cantore, che prima di coltivar quella voce, prese a dispor l’animo quasi selvaggio della povera abbandonata, e comporne l’esterna figura che lasciava appena un’ombra di qualche interesse, cominciando a prescriverle otto giorni alla purificazion delle mani.
Coll’amore, col rigore, colla costanza della Provvidenza, ridusse quella personcina pulita e graziosa, piegò il suo animo all’ordine e alla obbedienza, la lingua alle facili espressioni, il fare alle maniere gentili, sviluppò poi quella voce ai modi più soavi. Giunse a non poterla riguardare senza sentirsi fiero d’averla così rigenerata; nè potè udire gli altri a lodarla senza scorgere in loro un’invidia che gli aumentava la gloria.