«E moralmente abbandonata; perchè non pochi sono i discenti, nè mancano, per ora, institutori; ma non più, in generale, si apprende e s’insegna seriamente l’arte del cantare.
È vana cosa propugnare a voce i precetti contenuti nelle prefazioni dei classici metodi, se poi non si ha il coraggio di seguirli nella applicazione, e manca la forza autorevole di farli apprezzare, o se questa forza e quel coraggio s’infrangono in faccia alla corrente che tutti involge e trascina.
Dove sono gli studj lunghi e severi, coi quali già ben riconosciuta l’indole della voce, la gola dell’allievo giungeva ad acquistare sicurezza d’istrumento?
Dov’è la paziente ricerca della più vera emissione del suono, in cui la nota tenuta o messa di voce, nell’atto che sceverava e piantava il più bel suono, insegnava la tranquilla e profonda respirazione, il sostegno ed equilibrio del fiato, e la parabola sonora, base della mezza voce e di tutte le innumerabili gradazioni del chiaroscuro?
Dove sono le progressive esercitazioni d’ogni maniera di vocalizzi, onde, insieme all’impasto di tutti i registri e alla facilità dell’estensione, si otteneva la morbida concatenazione de’ suoni e lo stacco, la varietà del colorito nell’unità di metallo, e il mezzo artistico di tenere sempre esercitata la voce nel suo vero bello, o di svegliarla se per lungo silenzio pareva fioca?
Dov’è quel complesso di tanti accertamenti che menano a quella suprema sicurezza d’intonazione, che si ride d’ogni tempesta, e che vuol dirsi infallibile, non già quando giunge a sfuggire alla riprensione, ma se dà pace alle orecchie?
Dov’è più la fermezza del metodo, che nel maestro è certezza di giungere, senza fallo, allo scopo studiando e soccorrendo la tempra speciale di ciascuna voce; e in chi apprende è abito costante e radicato di rispettare, nella pratica i confini dei proprii mezzi, sì che riescano esercitati, non consunti dall’uso?
Dov’è l’antico rigore, l’antica docilità, l’antico coraggio di spendere degli anni per avvicinarsi alla meta, che una più alta e non iscoraggiante coscienza dell’arte diceva sì lontana, da non potersi toccare?
Il più largo uso del canto declamato, nelle sue forme sillabiche (trascorso tant’oltre, che oggi l’interpretazione esecutiva soverchia la misura dell’arte e l’intenzione degli autori), ha turbato e sconvolto il metodo didascalico.
La vera scuola si travagliava prima a formare l’istrumento per facilità e modulazione, e poi, come a corona dell’insegnamento, perveniva, segnatamente con lo studio del recitativo, a forbire la sentita pronunzia cantabile della parola, in che rifulge la sovraeccellenza dell’organo canoro. Tutti i pregi e i modi tutti dell’arte, non erano altrimenti studiati, che nel suono puro e schietto della voce, al quale solamente appartengono; e la parola era tenuta, qual è veramente, l’ultima modificazione di esso. Percorrendo ogni maniera di combinazioni di note nei rispettivi registri, perveniva la gola a maneggiare tutte le trasformazioni del primitivo suono vocale, serbandone sempre la maggiore bellezza, il più libero corso, e la più variata unità, ch’è ciò che dicesi modular la voce. Lo studio, le cure, le ricerche, gli accorgimenti, la pazienza, il disinganno o la gioja, non eran riferibili che al suono e all’istrumento. Quando poi questo suono timbrato e modulato, padrone di sè e ricco di belle forme, muoveva finalmente ad abbracciar la parola, lo scopo poteva già dirsi ottenuto, poichè degno di accoglierla, era pur così vigoroso, che non vacillava a sostenerla.