La scuola dei moderni, all’opposto, ben poco si profonda nel meccanismo dell’istrumento, e nell’organizzazione dei suoni in rispetto ai pregi ed alle difficoltà generali dell’arte. Nè gradazione, nè certezza di metodo, nè flemma di preparare e attendere lontani risultati. Sempre in cerca di nuove e non sicure scorciatoje, s’industria piuttosto d’ajutare la buona disposizione dei frettolosi scolari. Con viva e non intermessa preoccupazione d’ingrossare il corpo delle voci, dopo un discreto numero di solfeggi, passa rapidamente al sospirato canto con la parola nei pezzi delle opere, e, in men che si creda agli spartiti. Chi più promette meno s’indugia, e vola a sua fortuna; e più spesso rimane a struggersi al bello dell’arte sol chi per difetto di voce, s’è visto impotente a sposarla. Su gli spartiti si fa una certa pratica di musica (se pur non ajuta l’orecchio) e si cerca d’acquistare quel che dicono spolvero, chè è la maschera dell’arte. Si chiariscono difficoltà elementari a misura che si presentano, puntando o troncando a dirittura, le altre a cui si mostra ribelle l’infantile inesperienza dei candidati della scena.
Accelerati in tal modo i passi, e confusi i criterii, non si coglie nel segno, e torna più facile scambiare i soli pregi dell’arte con le immediate rispettive esagerazioni, che sono altrettanti difetti. Per avere la forza si fa allo sforzo; per la sonorità al grido; per l’impeto al conato; si vuole il piano, e s’ha lo sfiatato; bisogna l’oscillazione, e si è contenti dello stridore, s’evita la grazia per non dare nello sguajato. La respirazione, in tanto sciupo, divenendo affannosa non abbraccia la frase musicale, tradisce il ritmo, spezza la parola: e le voci, faticando a disagio, si spossano nell’atto appunto che si vorrebbe avvezzarle alla teatrale fatica!
Gli scolari impazienti sogliono passare da un maestro all’altro per l’unica ragione di fare più presto. I più brevi son tenuti più bravi.
Di costoro, in sul declivio dell’arte s’è ingrossata la schiera, giacchè non pochi son venuti a prender posto nel campo inseminato e infecondo. Ignari del meccanismo vocale (cioè di quel complesso di norme di esperienza e tradizione imitativa, con le quali, studiando il fatto estrinseco dei suoni, si determina, si regola, e si assicura il maneggio dell’invisibile strumento), trovano proseliti a cieche e lusinghevoli massime: «che al canto basta la buona voce; che la natura fa da sè; che la bella disposizione fa miracoli, che con gusto e intelligenza si arriva a tutto; che in ogni caso il teatro fa il resto.»
Nè questi inganni parvero nel fatto smentiti quando i nuovi cantanti improvvisati, salite le scene, vi trovarono un repertorio che poteva, fin a un certo segno, mascherare la loro imperizia, e gli applausi del pubblico, che generoso con gli esordienti, si malavezzava alla depravazione dell’arte.
I migliori maestri in ogni centro musicale d’Italia, stimati per pruove d’incontestabile valore, han dovuto accorgersi che, dicendo il vero, si predicava al deserto. Taluni si son tratti fuori del terreno nel fervore della lotta! Han quasi abbandonata l’ambizione di formare allievi al teatro, ch’è sì cara, come sapevano gli antichi, che per lei lasciavano la scena: e si tengono modestamente paghi a far delibare l’arte a chi la coltiva per diletto, o forse anche per affetto. Ma lo scopo non si raggiunge; perocchè costoro, sebbene non incalzati dallo spettro dell’odierna carriera, restano sempre lontanissimi dalla vera responsabilità dell’arte, e da quell’altezza invidiata, cui solo l’artista, nella febbre continua delle emozioni, pel coraggio instancabile di mille prove rischiose, e per l’alterna vicenda di trionfi e cadute, ha diritto di aspirare. Altri per non restare isolati, e mantenendosi severi a parole, si lasciano rapire nel fatto, più o meno a malincuore dalla bieca corrente; pur non disperando che questa trovi un argine più forte del loro volere.
E intanto quest’arte divenuta, come per incantesimo, la cosa meno disagevole di questo mondo, falsata nella maggioranza delle scuole è parimente tradita pressochè su tutte le scene. Avidi speculatori, per guadagno giornaliero vi adescano giovani poco esperti, i quali perdono voce e speranza, e tosto disillusi, cedono ad altri più illusi il posto di cui niuno s’è reso meritevole. Fatta quasi impossibile una vera carriera (che vuol dire progresso di fama e di fortuna), i nostri giovani contemporanei, tranne poche o meritate o fortunate eccezioni, salgono e scendono in balìa del caso e degli intrighi dei mezzani. Acquistando un falso coraggio, che non è quello del sapere e dell’esperienza, allora s’avveggono della distanza che li separa dall’arte, quando a fronte di artisti di più antica e severa disciplina, messi a cantare un genere, a cui non è del tutto applicabile la panacéa del declamato, affogano nei cantabili, non sorretti da fragoroso strumentale.
Anzi mancando la sicurezza, che vien dallo studio, le più belle intenzioni dell’arte sembrano, in faccia al pubblico, piene di pericoli. Si rifugge per ciò dalla mezza voce, e da ogni altra finezza e delicatura di modi eleganti (che sono, a un tempo, squisitezze d’arte e riposi), e si è costretti ad abbracciare, come più sopportabile e sicura, la fatica suprema ed ignobile di cacciar fuori a tutta possa la voce. E felice chi arriva alla fine!
Oggi, segnatamente per gli uomini, danno a pensare poche note, scorrenti di seguito su d’una stessa vocale. Dove si può s’infarciscono sillabe a ricovrir note. Nelle stesse chiuse degli adagi, ove si soleva aspettare, e gustare qualche acconcio abbellimento vocale, che tuttavia i compositori sogliono lasciare a piacere, si ricorre all’arido ripiego di rimartellare le parole, già ripetute abbastanza nella melodia. Chi concerta la musica propria o l’altrui, si fa più ardito ogni dì a sfollare gli agglomeramenti di note, come più e più van divenendo ineseguibili. E si avverte la caratteristica differenza tra i più antichi e più recenti cantanti, che quelli sorvolavano il passaggio astruso sdrucciolando su la parola e abbandonandosi al vocalizzo; e questi, sol calcando la sillaba, giungono a schermirsi dalle scabrose intonazioni.
I più accorti badano anche a cangiar la parola, per incontrar su la nota di pericolo, o d’effetto, la vocale meno sfavorevole alla propria voce. Accorgimento naturale nei cantanti moderni conforme alle ultime delicate esperienze dell’Aesticau sul fenomeno del suono, le quali dimostrano come — per ciascuna vocale vi ha sulla scala musicale delle note privilegiate che danno al suono il suo colore specifico e il suo pieno valore; e per trarre il miglior partito dall’istrumento della voce non si dovrebbe cantare su d’una data vocale che certe note soltanto. — Ma così le recenti indagini scientifiche e l’istinto pratico odierno mettono sempre più in luce la superiorità e la grandezza dell’antica scuola italiana, che invece di temprare i suoni nelle vocali, sapeva trovare nella voce, e vi piantava e radicava quella conciliante e studiata unità di suono, che tutte le abbraccia e fa intendere, senza cangiar l’appoggio per ciascheduna.»