In tal confessione dell’alemanno maestro c’è di più che non occorra per troncar la questione; nè confondere più gli altrui conati, colla potenza riconosciuta del canto.

Potrà essere che un momentaneo torpore del genio melodico, o come disse il Biaggi, un momento di carestia melodica, possa permettere effimeri trionfi alle straniere forme, solite, e che non sono innovazioni; ma non sarà tardo il risveglio del genio italico «alla cui incomparabile feracità, dal rinascimento in poi (escluso se vuolsi il secolo barocco delle pirouette e dei musici) l’epoca moderna deve tutte le sue arti.»

Ben piuttosto il difetto di bravi e veri cantanti è la breccia fatale, la porta spalancata, alle nuove teorie. «La scuola del Wagner, disse il D’Arcais, farà proseliti anche in Italia, perchè risponde alle tristi condizioni dell’arte nostra. Il Wagner non ha bisogno di cantanti di vaglia. Nelle opere di quella scuola, sono i cantanti, come suol dirsi, la quinta ruota del carro. I maestri italiani seguono quella via perchè, presentemente, è la più comoda. Ai nostri tempi la maggior parte dei cantanti non escono dal mediocre, compromettono invece di assicurare il successo d’uno spartito; ne viene necessariamente di conseguenza che i maestri procurano di diminuire la loro importanza; e così poco per volta l’opera in musica cede il campo alla sinfonia descrittiva con accompagnamento di canto.» Regresso fatale dove possedonsi le memorie e le voci più belle del mondo. E fossero poi drammatici questi pseudo-cantanti!

La nullità enciclopedica del maggior numero di questi vieppiù risalta, dove nemmeno il diletto melodico non vale più a trattenere gli spettatori. Allora cercasi di tornare all’antico canto, ma allora manca l’arte di questo, sono impossibili le note dopo l’abbandono delle volate, delle scale, de’ vocalizzi, non son più atte le voci paralizzate dal brontolìo e dall’abbajare così detto drammatico.

Il geniale pensatore ed artista, che in tutte le belle discipline perito, prima di dipartirsi da noi, ci die’ i sapienti suoi Ricordi, Massimo D’Azeglio, in brevi parole, confermando l’asserto degli antichi scrutatori dei misteri musicali, ci lasciò detto: Di tutte le opere dell’uomo, la più maravigliosa ed insieme la sola inesplicabile essere la musica; ma la rivelazione consistere nelle melodie, certune delle quali, sono come una voce, una dolce memoria che si ridesta...[136], di cui l’anima è l’êco (avea detto Victor Cousin) dove il suono acquista nuova possanza, per que’ rapporti maravigliosi che fisicamente e moralmente fra l’una e l’altro vi hanno.

Ma come un sistema esclusivo melodico renderebbe monotono il senso, e concorrerebbe ad affievolir l’animo snervandolo delle sue forze, l’armonia esclusiva, eccitando soverchiamente l’animo e i sensi, finirebbe per l’estremo opposto a renderli spossati, ottusi, macchine cui l’oracolo più non risponde!

Scuole corali. — Società. — Cori-masse moderni.

Abbiamo cominciato in queste memorie osservando, fin dagli indizj che i più remoti tempi serbano alla storia, spossato il canto melodico alle armonie dell’arpe e dei cori.

Poeti e divinatori Egizj, Greci, ed Ebrei intuonarono invenzioni e reminiscenze cui risposero popoli, guerrieri e leviti con immenso concerto; come alla prima stella innumerevoli astri fanno corteggio.

Ben lo intesero i genj superiori; e Salomone invaghito del proprio patetico canto, non escluse le migliaja di bianche stole che gli tenessero bordone.