XXXIII
Non ti dar pena, e, fin che sparga i rai Dimane il sol per l'universo, aspetta; Che con la morte d'Ottoman vedrai Farsi di tutti voi degna vendetta. Cotal diede risposta. E quando omai Al mezzo del cammin notte s'affretta Sì che cagion di riposarsi porge, Il vecchio Folco da la sedia sorge.
XXXIV
E rivolto de Turchi al cavaliero Ei così gli dicea lieto in sembianza: Che di' tu d'Ottoman? qual fa pensiero? De la nostra vittoria ha più speranza? Quei risponde: Ottoman superbo, altiero Ne i suoi disdegni e ne i furor s'avanza, E non sa sbigottir: ben la sua gente Sorpresa da timor fassi dolente.
XXXV
Ma non per tanto hai da temer: s'attende Con non picciole navi alta reina; Ella fra' Colchi impera, in armi splende, E viene ad affrettar vostra ruina. Come cosa, che 'n gioco altri si prende Ascoltandolo Folco oltra cammina; E pur con voci e con fattezze liete Sen giva a ritrovar stanze secrete.
XXXVI
AMEDEO seco: ei di sua man l'adduce Là ove le membra col dormir ristori; Stanza real, che 'n tenebre riluce, Sì tutta d'ostri ella è fornita e d'ori. Posa AMEDEO; solo di Rodi il duce Vegghia più parte de' notturni orrori, Ben provvedendo a la città mal forte Ed a' sommi guerrier piagati a morte.
XXXVII
Verso i tetti d'Enrico i passi ei torse, E non pochi guerrier gli vanno appresso; Pervenuto colà tosto s'accorse, Ch'a lui poco di vita era concesso; Sì vinto gli occhi, e di pallor gli scorse Ambe le labbra, e tutto il volto impresso: Sì palpitava, e per sì picciol via Dal travagliato sen lo spirto uscìa.