XXVIII

Dopo due giorni tra mortale affanno Secretamente Ifigenìa mi chiama; Ben nel volto di lei fuor d'ogni inganno Si conoscea del suo morir la brama. Ella mi disse: il perfido tiranno Questa bellezza miserabil ama; E, per ch'era a sue colpe impedimento Il tuo fratello, il traditor l'ha spento.

XXIX

Contrastare a la barbara vaghezza Di sì fiero uom qual sarìa mai bastante? Ma non vogl'io, che de la mia bellezza, Trattone Alcmano, altri si veggia amante: Dunque sul primo fior di giovinezza D'ognuno a gli occhi io mi torrò davante: Ho bevuto venen: tu se potrai Vendica i nostri incomparabil guai.

XXX

Poichè così parlommi, in tempo breve Abbassar gli occhi, e scolorir si mira; E sparsa di sudor come di neve Tutta si scote palpitando e spira. Sì fatto oltraggio perdonarsi deve? A torto mi lamento? ingiusta è l'ira? O pur debbo cercar con ogni ingegno Scacciar dal mondo il regnatore indegno?

XXXI

Trarlo di vita io ben potei sovente Con questa man: ma dove poi salvarmi? Or s'io l'uccido, infra la vostra gente, Consentendolo voi, posso ritrarmi; Ucciderollo, e di sue membra spente Al fin godrò: voi moverete l'armi. E sbigottito e sfortunato campo E senza re, quale indi aver può scampo?

XXXII

Quì fa punto al parlar, nè più dicea Agitercano. Ed AMEDEO, vedendo Che Folco a quel parlar non rispondea, Disse: guerrier, le tue ragioni intendo; L'opra del re fu scelerata e rea; Il tuo disdegno io volentier commendo: Ma non vuò, che di pregio e che di gloria Si scemi con tua man nostra vittoria.