XLIII

E così gli dicea: cessa il tormento, Nobil fanciul, che ti destini a Marte, E sappi che 'l cordoglio e lo spavento Da le scole di lui vanno in disparte: Le ferite del zio, che piagni spento Ti siano specchio; indi raccogli l'arte De le battaglie, e fian di gloria adorni Se con tal pregio forniran tuoi giorni.

XLIV

Così 'l fanciullo avvalorar procura; Poi verso Trasideo prende sua via: Ma quale avesse il grande Orsin ventura Da' cavalier, che lo seguiano ei spia; E risponde il Baglion: sovra le mura Io lo mirai ne la battaglia ria Col ferro in man fra le nemiche schiere Da prima fulminar, poscia cadere.

XLV

Ma tramontando il sol, quando rispinti Furo i Turchi costretti alfin ritrarsi, Fattolo ricercar fra i corpi estinti. Ivi non fu concesso unqua trovarsi Con occhi gravi e di mestizia vinti, Udendo Folco, dimostrò turbarsi; E diceva: al maggior dei nostri amici Non si daran d'amor gli estremi uffici?

XLVI

A l'ingiurie del vento e de la pioggia Il nobil busto gitteran quei cani? E già feansi dal tetto ove s'alloggia Il piagato baron poco lontani. Come ivi giunse, immantenente poggia Folco del ricco albergo a i primi piani, Ed ivi fassi incontra, ove l'inchina Con esso Ermosa la leggiadra Egina.

XLVII

Chiede da l'alte donne, ed indi intese Sovra il dolor da Trasideo sofferto, Che da molte percosse egli s'offese; Ma non per tanto, che suo scampo è certo; Onde con esso lor sen va cortese A trovare il guerrier di sì gran merto, E con sembianze di allegrezza asperse Primier le labbra a favellargli aperse.