XLVIII
E seco s'allegrò, che fosser frali State l'armi nemiche, onde ei s'afflisse; Ma che del pregio suo palme immortali Fama nel mondo tesserìa, gli disse. Rispose Trasideo: l'ore mortali Non fu veduto mai ch'altri fuggisse, E de l'uomo caduco il viver breve Rendere eterno col valor si deve.
XLIX
Tu su l'ultima età con chiari essempi Infiammasti a la pugna il desir mio, E ne la pugna difendeansi i tempi, I sacri altar, le leggi alme di Dio: Lascio di dir, ch'io ritoglieva a scempi Donna sola, per cui viver disio, Per cui le piaghe numerose e gravi Che soffersi in pugnar mi son soavi.
L
Or se quinci avverrà, ch'onor men vegna, È la mercè, che da gli affanni attendo. Per gloria anelo, e così far m'insegna Il nome di quel grande, onde discendo. Quì tacque e teme non dolor sostegna Folco il guerrier più lungamente udendo; Però non dà risposta, e s'accommiata, E fa ritorno a sua magione usata.
LI
Di colà manda l'onorata gente Seco venuta a ristorarsi alquanto, Ed ei si disciogliea l'elmo lucente, E l'aureo brando si togliea da canto. Ma pure al grande Orsin volge la mente, E ne le ciglia non ritiene il pianto: Alfin sul letto a ricercar riposo Le membra adagia, e tuttavia pensoso.
LII
Nè così tosto nel silenzio avvolto, Dolce requie d'altrui, sonno l'adombra, Che del caro campion dal corpo sciolto Rapidamente gli s'offerse l'ombra; Rideano i guardi, sfavillava il volto, E l'alma fronte era d'affanno sgombra: Le piaghe, onde sgorgò di sangue un fiume Pareano a rimirar fonte di lume.