CANTO X.
ARGOMENTO.
Prende le forme di Licasta, e muove Così la Furia di Sultana al letto; Onde ella di distor faccia sue prove Dal desio di pugnar il Re diletto. Prega essa; ma pregar nulla ha che giove, Nè ardore ammorza nel guerriero petto. La Furia allor da le tartaree grotte I figli tragge dell'eterna notte.
I
Ma carco d'armi il natural riposo Schifa ne l'ombra taciturna, e bruna Ottoman fiero, e su quel dì pensoso A se davanti i sommi Duci aduna; Ivi con guardo turbido, focoso Da prima voce non esprime alcuna; Poi con sembianza tal, ch'a rimirarla Porgea spavento, apre la bocca, e parla.
II
Senza che sporlo favellando io tenti Creder per voi si po, che quì v'aspetto Per alto sublimar vostri ardimenti, E la virtù, che vi sfavilla in petto; Ah cani, ah cervi a sola fuga intenti; Anco il piè vi conduce al mio cospetto? Tornate a me così sconfitti in guerra? Oltre, vil schiavi, ad abitar sotterra.
III
Degnati in campo al più sublime onore, Scelti fra tanti a dilatar l'Impero, Dovevate fuggir colmi d'orrore Non per altre arme, che d'un sol guerriero? Or sì come dal mar l'alba vien fuore Pur di ratto fuggir fate pensiero, Perchè di gente tal possa vantarmi, Eterna infamia del mestier de l'armi?