Tolta dal regno a dispietate genti Cotanto offese, e vincitrici in mano, Onde a' tuoi duri oltraggi, onde a' tormenti Sperar mercè potrai se non invano? Dunque non versar quì pianti e lamenti, Anzi lavane i piedi ad Ottomano Inginocchiata, e fa che posta ei miri La beltà, ch'egli adora, in gran martiri.

X

Al così favellar doglia profonda D'alto gelo a Sultana empie le vene; Indi si scote; e su l'eburnea sponda L'afflitta guancia con le man sostiene: Oh per me, disse alfine, ora gioconda, Se come a far m'accinsi, uscia di pene Col ferro allor che 'l genitor mio sparse L'alma canuta, e che la patria s'arse.

XI

Che quel dì mi togliesse a scempio indegno, Ch'Ottoman di mio mal prendesse cura, Acerbo fu d'alcun demon disdegno, Che quì mi serba a più crudel ventura; Ch'ei torni in Asia tuttavia m'ingegno Per comune salute, ed ei s'indura, E sprezza quanto il ciel chiaro predice Per ambedue d'atroce, e d'infelice.

XII

Tu di', ch'io pianga, e che l'angoscia io versi, Ch'io mi strugga dolente al suo cospetto; Oh non del mio dolor tutto il cospersi? Non mi vide egli a se morir sul petto? Omai preveggo i Rodian perversi De le miserie mie farsi diletto; Certo è così, ma schernirogli almeno O con coltello, o con mortal veneno.

XIII

Cotal diss'ella, e giù dal fianco svelte Sospiri ardenti; e per lo sen le scende Caldo ruscel di lagrime novelle; Allora il mostro a così dir le prende: Reina, anco dal cielo, e da le stelle S'armato è di prudenza uom si difende; Rinova i preghi; a la tua nobil vita Giugne soccorso d'immortale aita.

XIV