LIII

Quando di Caria si sciogliean le sarte, Rodi a le vostre destre era vil guerra, Per le labbra di voi le voci sparte Volean d'Europa soggiogar la terra; Italia, Roma, il popolo di Marte, Ciò, che da' sette colli entro si serra Allor si riponeva in fiamme e 'n pianti, Ed ora in lungo obblio son posti i vanti?

LIV

Perchè non sento quì l'altiere voci, E non rimiro le sembianze istesse? Rimembrate quei dì tanto feroci; Io dimando ora a voi vostre promesse. Per questi gridi divenute atroci Le turbe dianzi da viltate oppresse Stringonsi vivamente a le lor scorte, Da se sgombrando il vil pensier di morte.

LV

Qual fieri lupi entro selvaggia sponda, In cui fer scempio di lanoso armento, Sen vanno addrappellati, ove bella onda Spande con mormorio fonte d'argento; Orribil vista! d'atro sangue gronda L'ingorda bocca, e ne rosseggia il mento, Ardono gli occhi, e l'arator lontano Guarda tremante; egli bestemmia in vano.

LVI

Cotal moveano, e con sembianze orrende Ciascun per gli occhi sfavillava d'ira; Ma dal gran seggio, ove immortai risplende Il sempiterno Creator sel mira, Nè pria col cenno a comandarlo prende, Che il turbo inferno più quà giù non spira, E sul mosso terren posa l'arena, E l'aria per lo ciel fassi serena.

LVII

Ed ecco in alto un fiammeggiar profondo Correa di tuoni orribile infinito; Traggo al rimbombo l'Ocean dal fondo De gli antri spaziosi ampio muggito; Tutto si scuote il ciel, si scuote il mondo, Si scuote infra gli abissi il gran Cocito; Ed orrendo AMEDEO spegne e minaccia Il campo avverso, e ne la fuga il caccia.