Leviatàn, per lo sentier che pensi I tuoi consorti de l'inferno andranno; Ma pensi tu come a color conviensi, Che d'alcuna bontate arte non sanno; Vostri desir, vostri furori immensi D'avanzarsi per via forza non hanno, Se non v'allenta al piè l'aspra catena La gran destra di Dio che vi raffrena.
XXXIV
Di quegli antichi dì l'alta vittoria Non è mostro infernal che non rammenti, Ma teco volentier ne fo memoria Per accrescere incendio a' tuoi tormenti; Creati foste a sempiterna gloria De l'aureo Olimpo in su le stelle ardenti, Albergo ove sta Pace in su le porte, Nè vi lascia appressar pianto, nè morte.
XXXV
Quivi di voi fuor di misura amanti Il capo gonfio di superbia ergeste, Ed i lampi ineffabili, tonanti Armi del gran Monarca, a scherno aveste; Il vostro duce in su gli ardor stellanti Voleva opporsi al Regnator celeste; Volea sì come Dio sue sedi eccelse, Empio ver lui ch'a tanto onor lo scelse.
XXXVI
Deggioti dir, che del seren le chiare Piagge perdeste? e ch'abbattuti e vinti Foste nel centro giù per entro un mare D'ardor, d'orrore e di fetor sospinti? E se d'abisso ne le pene amare Non giacquer vostri pregi affatto estinti, Certo si religò vostra possanza: Che dunque a voi per far minacce avanza?
XXXVII
D'aita i Rodïan non fian deserti, Ma quanti spirti han de l'Olimpo i regni A farli franchi ne gli assalti incerti Porranno in prova i mansueti ingegni; In ogni tempo a l'alme lor scoperti Per voi saranno i vostri inganni indegni, E pregherem di Dio l'alta bontate A non gli scompagnar di sua pietate.