Per simil guisa di Sion sul monte I casi di costor non son famosi? Quando del sommo Dio rivolti a l'onte Piacendo a noi si fero al Cielo odiosi? Quinci de' Saracin fur le man pronte In campi aperti, e su per colli ombrosi A perseguir de la lor fuga il volo, E fur dispersi, e fur sommersi in duolo.
XXIX
Vide Gierusalem cader sue mura A spessi colpi di nemici acciari, E farsi polve per la fiamma oscura Le torri, di sue turbe alti ripari; Da l'altrui man non fu magion sicura, Preda i sacri tesor, preda gli altari; E s'impressero allor vestigia immonde Del gran Tabor su le famose sponde.
XXX
Spasimossi ogni cor, non v'ebbe coro, Salvo dolente, e la letizia tacque, E sparse al vento le speranze loro, Stesa per terra la superbia giacque; Le legna loro essi comprar con oro, E bevvero per oro un sorso d'acque, E le ricchezze de la patria sede Videro trasportarsi a strano erede.
XXXI
Così scacciati da l'amata terra Ebbon rifugio a l'infinite pene Quì dentro, ove AMEDEO feroce in guerra Con la forza del Cielo or li sostiene; Ma poco andrà, nè mia sentenza or erra, Che vinti fuggiran da queste arene, E per noi rubellando a vostra legge Sdegneran Dio, ch'or li difende e regge.
XXXII
Più non diss'egli, e fe' cotal mirarsi Che turba altrui con la terribil vista, E con fetidi fiati arsi e riarsi Ammorba intorno, e tutta l'aria attrista; L'Angelo nel fulgor di rai cosparsi, Lume che 'n cielo alma beata acquista, Con note e con sembianze alme e gioconde Al perverso Demon così risponde: