Era quivi a mirar come possente Schermo avea fatto il messaggier superno A l'alto Duce, e se ne fe' dolente Leviatàn mostro crudel d'inferno; Nè forte a rifrenar l'impeto ardente, Nè la ria furia de l'orgoglio interno, Con occhio fosco e con sembianze accese Incontro al buon custode a parlar prese:

XXIV

Alzate i risi, e ricolmate il seno Di giocondo piacer; vostri desiri In questo dì ponno fornirsi appieno: Su, su, vostro trionfo oggi si miri; D'Ottomano il furor tenete a freno, E procurate a' suoi crudi martiri; Il potete adoprar, Dio nol vi nega, Anzi la destra, ed i suoi tuoni impiega.

XXV

Dianzi ben fur sentiti, e non per tanto Han sì fatto vigor nostri pensieri, Ch'al fin di Rodi miserabil pianto Vuol ragion, che per noi non si disperi; Di questa iniqua gente avremo il vanto, E sì lunge trarremo i lor sentieri Dal sentiero al gran Dio caro e diletto, Che dargli in nostra forza ei fie costretto.

XXVI

Ed allora in un mar di sangue spento E ne le fiamme di funesto ardore Oh come vendicar questo tormento, Oh come fier vuò consolar queste ore? Gli altari in foco, e del sacrato argento Empieransene i grembi al vincitore, E carchi di catene i lor vestigi Daransi i Sacerdoti a rei servigi.

XXVII

I primi infanti, nobiltate altiera; Cresciuti in ostro, e le gentil donzelle Piangendo in van la libertà primiera Su strana terra condurransi ancelle; Quivi a caldo desir di gente fiera Esporranno il candor de le mammelle, E con ragion portando invidia a' morti Tra ceppi il mireran gli egri consorti.

XXVIII