E via più che giammai con la man forte Egli il contorce, e con più studio il tende; Seco è Megera, e da le chiome attorte Una disvelle de le serpi orrende, E perchè deggia far piaga di morte Molto di tosco in su la punta spende Del ferro, e ferma ne l'arciero il guardo, Menando smanie, ch'a scoccar sia tardo.
XIX
Ed ecco scocca, e contra il nobil dorso Venia bramosa la crudel saetta, Se non che 'n aria le travolve il corso De l'Angel d'AMEDEO la guardia eletta, Ben tempestivo al cavalier soccorso; Ma l'empio stral, che per cammin s'affretta, Ronza così, che d'ognintorno gira AMEDEO gli occhi, e quello arciero ei mira.
XX
Salta rapido in piè, sfodra la spada, Movegli incontro con sembianza altiera. Che tua nobile vita allor non cada, Buon Periandro, il divietò Megera; Ella, mentre AMEDEO corre la strada, L'aer condensa, e d'ombra umida e nera Immantenente il Sagittario involse, E quinci a l'ira d'AMEDEO lo tolse.
XXI
Quale in campagna cacciator, che infesta Per belle corna capriol ramoso, Pieno di disconforto i passi arresta Se d'occhio il perde infra le selve ascoso; Cotal sen riede a la gentil foresta Sul caso occorso il Cavalier pensoso; Ma rigonfiata d'infernal veneno Dicea Megera nel terribil seno:
XXII
Che più quì mi travaglio? indarno io spero, Il Ciel mie frodi ed i miei sforzi abbatte; Ei più verso AMEDEO volge il pensiero, Che madre al figlio, cui dispensa il latte; Meglio è ch'io ver colà prenda il sentiero Ove Ottomano i Cristian combatte, E col suo brando a perseguir m'affanni L'odiata gente; indi spiegava i vanni.