XXXVII
Non ho più scampo alcun, meco dimora Non può far l'alma, ed io riprego in vano; E perch'afflitto e con angustie io mora Ecco mi nega un mio fedel sua mano; Orsù rimanti e non m'udir, ch'or, ora Verrammi a quì scannar ferro cristiano; E sotto i colpi lor mi vedrai steso, E non estinto sol, ma vilipeso.
XXXVIII
Se pur verrammi tal miseria, attendi Che da l'ombra infernal spirto sdegnoso Deggia apparirti, e con sembianti orrendi Mai, nè notte, nè dì, darti riposo. Georgo rispondea: chiaro comprendi Se de le pene tue vivo doglioso, E se tolto da te la vita ho cara, Da questa mia percossa oggi l'impara.
XXXIX
Nè pose fine al dir, che dentro al seno La cruda spada per lo core immerse In fino a l'ultimo else, e sul terreno Di caldo sangue un largo fiume aperse; Ed indi a poco infievolito a pieno Alcmer d'ombra mortal si ricoperse; Nè su quel punto si faceano altrove Con ferro atroce meno orribil prove.
XL
Era pugnando il fier Baglione intanto Fra i turchi acciar di sua salute incerto, Il cimier scosso, traforato il manto E l'ampio scudo in cento lochi aperto; Ma barbaro guerrier non ebbe vanto Che 'l nobil volto di pallor coperto Men minacciasse col terribil guardo, O fosse il brando ad impiagar più tardo.
XLI
Crudo al popolo avverso, e a i duci loro Apparìa di Perugia il novo Marte, Quando a lui non lontan giunse Medoro, D'onorato Imeneo nato a Giassarte; Egli del pel, ch'esser dovea fin'oro, Non mostrava le labbra anco cosparte, Che visto avea d'april l'aura serena Destare i fior diciotto volte a pena.