XXXII
Se la percossa, che nel petto invio Al Re di Rodi, per cammin non erra, Ma fatta ubbidiente al desir mio Trapassandogli il cor morto l'afferra, Maccone, a te tutte le spoglie, ed io Per te dirommi fortunato in guerra, Appenderotti la faretra e l'arco, Ora del tuo favor non m'esser parco.
XXXIII
Tacque, e per gaudio gli sfavilla il guardo, E giù nel petto il cor gli si commove, E lo strale più reo sceglie non tardo, E n'arma l'arco a le bramate prove; E perch'a morte ei vada, il crudo dardo Piantar nel cavalier guarda ben dove; Poi la piaga volar per l'aria lassa, Ma dal guerrier da lunge ella trapassa.
XXXIV
Sfodra la scimitarra, indi si scaglia Rapido inverso Folco; ei lo rimira, Ed incontrato per la via gli taglia La fierissima man che l'arco tira; Nè però dà riposo a la battaglia, Ma gli squarcia i polmoni, ond'ei respira, Alcmer feroce in fra le pene estreme Verso Georgo così parla e freme:
XXXV
Ah che de la mia vita il tempo è corso, E di me la memoria mi tormenta; Però squarciami il cor, dammi soccorso Contra la morte ch'a venirne è lenta. Allor Georgo: ed a che dir sei corso? Parti ragion, che tai parole io senta, Ch'offenda te, che te di vita io privi? Io, ch'amo il viver mio perchè tu vivi.
XXXVI
Rinfranca l'alma; le ferite dure Condurransi a salute, anco sperarsi Ben lece onor ne le stagion future; Chè non è biasmo un cavalier piagarsi. Alcmer crucciato e con sembianze oscure Altamente gridava: in chi fidarsi Deve oggi l'uom, s'egli trabocca in fondo? Ah che qua giuso è tutto froda il mondo.