XXVII
E quì forse d'Anteo la gloria intesa, E che di lui grido immortai ridica? Eccelso lottator, la cui contesa Già fu d'Alcide non umil fatica? Di sì gran stirpe mia famiglia è scesa; Ed io non macchio la memoria antica: Col ferro in pugno ad ogni incontro io basto; E se son tal racconterallo Alcasto.
XXVIII
Sì parla il Moro e mira il Turco in volto; Ed ei de l'ire sue fattosi accorto Dicea: qual d'uom che si disdegni, ascolto Le voci tue, ma ti disdegni a torto; Che dove il capitan fra 'l popol folto A l'opre militar porge conforto, Non fa vergogna altrui, s'aspro ragiona, Anzi co' biasmi a la vittoria sprona.
XXIX
Godo, che lo splendor d'alto legnaggio Sì come affermi a la virtù ti tiri; Ora al pregio de' tuoi non fare oltraggio, Ma fa, ch'al sommo de la gloria aspiri; Favellato fia quì segue il viaggio, E nel campo Ottoman sveglia i desiri De la vittoria in ogni cor guerriero; Parla in tanto Georgo al forte Alcmero:
XXX
Mira di quì poco lontan, là dove Con le mie dita a gli occhi tuoi fo segno; Mira il canuto Cavalier, ch'altrove Non fu per noi veduto anco il più degno; L'alto sembiante e l'armi sue son prove, Ch'egli ha di Rodi in suo governo il regno, Ed argomento ne fa certo ancora Il drappel dei guerrier, che sì l'onora.
XXXI
Tendi ben l'arco e su la corda incocca La freccia più mortale impiagatrice, Chè se per tua faretra egli trabocca Farai con un sol colpo Asia felice. Come a Georgo riserrar la bocca Alcmer discerne, ei la riapre e dice Rivolgendo le ciglia al ciel superno Inverso di Maccon, nume d'inferno: