XXII
Però se prova ne lusinga il core, Onde nostra memoria in pregio saglia, Quì con la spada in man non perdiam l'ore, Che se ne corre a fin l'aspra battaglia; Co' proprj Turchi, singolare onore, Alcasto fier noi peregrini agguaglia Sotto l'insegne, e d'Ottoman l'altezza Non scarsamente i nostri nomi apprezza.
XXIII
Di cotesto arco, ove leggiadro ingegno Non poco smalto in adornarlo spese, Ei di sua propria man ti fece degno; A me di questa spada ei fu cortese; Su questi detti ad irritar lo sdegno De i cavalier ne le guerriere imprese Colà Bostange trascorrea veloce, Ed in verso quei duo sciolse la voce:
XXIV
Per tutto infra le squadre omai festante Al ciel de la vittoria il grido ascende, E quì di fuggitivi hassi sembiante? Qual entro a' vostri cor viltà s'accende? Chè non volgete a ben fuggir le piante Se le ferite a voi sembrano orrende? L'altissimo Ottoman stendardi spiega Per chi sua vita a la virtù non nega.
XXV
Udendo Alcmero il ragionar pungente, Di disdegno turbò l'aspra presenza, E rispondea: cosa rivolgi in mente? E qual di favellar pigli licenza? Serba tai modi per la vulgar gente, Perchè con esso me poi farne senza, Che da lontano a guerreggiar mi mena Mio libero voler su questa arena.
XXVI
Io nacqui in Libia, ove cocente arsura Di fortissimo sol percola i liti, E corsi i campi, e non mi fean paura Ira di tigri, o di leon ruggiti; Nè di là vegno a la milizia dura Perchè ricchezza d'Ottoman m'inviti; Oro di duce alcun non può comprarmi, Onor m'appaga ed ei m'invoglia a l'armi.