XVII
Che dunque badi? e quei risponde ardito: Tre dardi ho spinti i più crudeli e fieri, Ma fu da tutti il mio pensier tradito; Di questo quarto non so ben, che io speri; Così dicendo fa volar spedito Quadrel non vile infra maestri arcieri; Ei ratto andava ad Ottoman nel petto Ma s'interpose e traviollo Aletto.
XVIII
In quel momento formidabil voci L'orride squadre d'Acheronte alzaro, E dal soccorso lor fatti feroci I Turchi al fine il Rodian sforzaro; Per l'abbattute picche entrar veloci Lasciando gli archi, ed impugnar l'acciaro Con forte man de le ritorte spade, E piagando correan per varie strade.
XIX
Alto crollando de le piume sparte I gran cimier su la velata testa Bostange, Alcasto, e 'l non minor Giassarte D'uccider mai, mai di ferir non resta; E quinci appar di sanguinoso Marte Più crudele sembianza e più funesta, Di ferri scossi più terribil suono Più minacciar, più dimandar perdono.
XX
Tra' ferri intanto, e ne l'incendio fiero De i cor sdegnosi, e tra i superbi accenti In quella parte, ove più Folco altiero Co' suoi contrasta a le nemiche genti, Ragionava Georgo al crudo Alcmero: Io veggio i Turchi in guerreggiare ardenti Per modo tal, che la vittoria in breve Per l'eccelso Ottoman sperar si deve.
XXI
Esposti al ferro ed al furor de l'ire Ecco sul campo i Rodïan son sparsi Senza riparo; omai fuga, o morire, E cosa altra di lor non può sperarsi; E non senza ragion: soverchio ardire Sì poco stuolo incontra tanti armarsi, Ben de i duci nel cor virtù s'avanza, Ma che? tutto non può mortai possanza.