LVII

Gridava alto il Baglion: gente diletta, Chi stringe il brando? o chi la picca afferra? Questa è battaglia sacra, oggi n'aspetta Gloria nel ciel, se non vittoria in terra. Per questi detti infra Cristian s'alletta Novello ardire e s'inaspria la guerra; Ma d'altra parte divenendo atroce, Più che non suol, Giassarte alza la voce:

LVIII

Domaste l'Asia, ed i superbi regi Condannaste a soffrir dura catena? Coglieste là di tante palme i pregi Per dissiparli quì su questa arena, O d'Orïente vincitori egregi, Ove viltate, ove timor vi mena? Non vi cal d'Ottoman? così dicea, E quinci orrenda la battaglia ardea.

FINE DEL CANTO XVII.

ANNOTAZIONI

AL CANTO XVII.

Il Poeta diede a questo canto l'argomento che siegue: «Nel XVII si narra la battaglia fra Ottomano e' Rodiani, mentre Amedeo era contra Turchi in riva al mare.»

La prima censura del cav. d'Urfè cade sopra un punto di tattica militare. Perciocchè vedendo Folco, Gran Mastro di Rodi, che i suoi erano per trovarsi disciolti e costretti a fuggire, ordinò che formassero un cerchio, ossia una battaglia ritonda, e che mostrando il volto rispingessero colle picche l'assalto de' nemici. È facile il vedere, che la battaglia ritonda si assomiglia (mutata la figura) al bataillon carré de' tattici moderni. Ora sentiamo l'osservazione del critico: «il dit que Foulques avait fait un bataillon de touttes ses gens tout entourné de piques et en rond, de telle sorte que rien ne le pouvoit offancer que les fleches: et touttes fois il dit qu'Ottoman a cheval en tue un grand nombre. Il samble qu'il y aye en cela de la contradiction.» Ma veramente il poeta attribuisce ad Aletto l'aver aperto quella selva di picche per dar luogo ad Ottomano d'entrare nel battaglione ritondo, e fare scempio de' Cristiani; cossicchè non vi ha errore d'arte militare.

Aggiunge l'Urfè non essere costume del Gran Signore de' Turchi l'entrare in battaglia, salvo il caso che v'abbia pericolo d'una grande sconfitta; e che perciò non doveva il Poeta far combattere Ottomano in uno scontro, dove non era periglio sì grande. Parmi che il censore sia troppo severo: a' poeti si debbono dare consigli e precetti, non porre le pastoje.