II

Siede in sul suolo, et ad un tronco annoso Di salvatica quercia appoggia il fianco, E mal reggeva, a rimirar pomposo Per grande ala di cigno il cimier bianco; Or visto Dardagan, nel cor doglioso Gli spirti aduna, che venian già manco, Indi la lingua nel gran duol dispiega, E che s'arresti ad ascoltare il prega:

III

Guerrier, se di Maoma il nome adori, Deh per un tuo consorte il corso affrena, Chè se teco disfogo i miei dolori, Sarà men grave del morir la pena. Ed ei rivolto de le spoglie a gli ori, Ed a l'angoscia che a morire il mena, Vinto da la pietà rompe il cammino Ed a l'egro Campion fassi vicino.

IV

E così gli dicea: sgombra l'affanno, Che per te non mortal fia la ferita; E prendi a dir; tuoi desideri avranno Di vera fede ogni cortese aita; Qui l'altro fra' sospir ch'al ciel sen vanno Lentamente soggiunge: odio la vita; E come sian miei detti al fin venuti, Non mi saprai dannar, ch'io la rifiuti.

V

Caso dirò, che di tacersi è degno; Ma perc'ho di morir fermato in mente, Per mio conforto a favellarne vegno; Dunque presta al mio dir l'orecchie attente: Ebbi per patria di Panfilia il regno, E nacqui in Perga di ben nobil gente, Donna di gran tesor, Panta è mio nome, Or moro in Rodi, e narrerotti come.

VI

Reggeva Alfange de le genti armate In quei paesi a suo volere il freno, Alfange, a cui ciascun d'alta beltate Negò trovarsi paragon terreno; L'alme sembianze, e da ciascun lodate, Appena viste io pur lodai non meno, Ed a la vita mia d'aspro tormento Ciò fu cagion, ma non però men pento.