VII
Un dì d'april, che la stagione acerba Sen fugge, ed è del Sol più chiaro il lume, Per le campagne io mi godea su l'erba L'odor de' prati al mormorar d'un fiume; Ed ecco in pompa di tesor superba, Ed in sembianza oltra l'uman costume Alfange a gran destrier lentava il morso, Seguendo l'orme d'un bel cervo il corso.
VIII
Ornavano con frange il busto altiero Su ceruleo tabì nastri gemmati; Ed in faretra custodiva arciero Scherzo de le sue man strali ferrati; Spandea fuor de la bocca il buon destriero Forte i nitriti e da le nari i fiati, Falbo di manto, e riposava appena I piè non stanchi in su l'erbosa arena.
IX
Ma sul volto, onde pel non anco usciva, Infra gigli fiorian rose novelle, E da lo sguardo sfavillar sì viva Luce vedeasi, come in ciel due stelle; Parean di sua beltà la bella riva E la bell'onda divenir più belle, E l'aura vaga gli volava intorno A far più l'oro de la chioma adorno.
X
A tanta vista io mi rivolsi, e stretto Tenere il fren non valsi a' miei desiri Sì, che da me rubella uscì dal petto L'anima tra gli affanni e tra i sospiri, E, come dir non so, provai diletto, E ne l'istesso tempo anco martiri, E pianti sparsi, e trasformai sembiante In gran pensieri ora arsa, ora tremante.
XI
Al fine io seco di sposarmi elessi, Quinci l'immense mie ricchezze offersi, Ed esposi ver lui preghi dimessi, Nè furo i suoi pensier da' miei diversi; Degnommi in somma; ma quei giorni istessi Erano i duci d'Ottoman conversi A l'assalto di Rodi, ond'egli pose Indugio a terminar l'opre amorose.