LII

Dicea: nobil cagion de' miei martiri, Tue giuste voglie ecco appagate or vedi Per la faretra mia: s'altro desiri Dal tuo fedele, apri la bocca e chiedi; Se con nemico duce altro t'adiri, Te 'l mirerai senza dimora a' piedi Qui da me tratto a supplicar la vita, E spegnerollo con mortal ferita.

LIII

Degg'io trapassare alpe? o varcar fiume? O trascorrer di mare onde spumose? Tutto farò; di vero amor costume È superar l'insuperabil cose; O chiara fronte, e de' begli occhi o lume Onde avrà la mia vita ore gioiose, O alma in terra ed immortal sembianza, Come quì vi ritrovo oltra speranza?

LIV

Non ben duolsi d'Amor l'umano ingegno Come solo comparta affanni estremi, Ch'egli al fin con ragion governa il regno, Ed a chi merta non defrauda i premi. Così parlava, e che non stava a segno, Ma vaneggiava ne' piacer supremi, Vide la bella donna, onde sorrise, Ed a quel favellar termine mise.

LV

Poi ch'oggi senza Panta il Ciel mi serba, Dic'ella, in vita lagrimosa e dura, Scorgimi tu dove ferita acerba Sparse i begli occhi suoi di nebbia oscura; Il nobil corpo, che si sta su l'erba, Chiama da la mia fe' sua sepoltura; Nè da quest'alma afflitta ella s'oblia. Ratto ascoltando Dardagan s'invia.

FINE DEL XVIII CANTO.

ANNOTAZIONI